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E così scopro che le donne sono dei panda. Meglio tardi che mai. Parli con le più battagliere di loro, le più virili e le più intraprendenti, quelle dalle quali ti aspetteresti un paio di palle, concretezza, sostanza, coraggio. Le ascolti, leggi quello che ti consigliano di leggere, ti informi e cerchi di imparare quello che una certa cultura esprime da qualche anno a questa parte. Ed è proprio quella tua curiosità impudica che ti porta a capire che in realtà tutto è lì per suggerirtelo. Che esiste questo concetto sottinteso che le donne stesse hanno somatizzato: sono dei panda, dei soggetti a rischio, una minoranza da tutelare, sempre e comunque, costi quel che costi. Perché? Come perché? È così. Conoscete qualcuno che ce l’ha con i panda? No, non si può essere cattivi e ostili nei confronti dei panda. Tutti stanno dalla parte dei panda. È così che funziona.

Nel chiedere chiarimenti alcune manifestano un certo imbarazzo, un po’ come quando interroghi un cristiano attinente ai Testi Sacri sull’esistenza di fossili e dinosauri. Ma alcune di loro sanno risponderti per le rime. «Perché?!» sgranano gli occhi. Perché è un atto di civiltà, ti spiegano (e l’indole da maestrine ce l’hanno nel sangue). Un obbligo morale, dove la morale è il verbo del Progresso ed il Progresso è una divinità da rispettare. Un nume che dall’alto, non del cielo, ma della Ragione, che dice: difendi la donna, sempre e comunque, costi quel che costi. Perché? Perché è un panda. Non si può volere male ad un panda. Il Progresso vuole bene a tutti i panda del mondo, a chi li difende e a tutti coloro che credono, vogliono o sperano di essere considerati dei panda. Fa tutto parte del sogno dei panda per un mondo di panda.

A quel punto sperano o credono di farti sentire in errore, magari facendo leva con esempi di realtà distanti e decontestualizzate ma che soprattutto non le riguardano. Loro, i panda dei foulard, del tacco basso, della zuppa al farro, degli orecchini etnici a pendaglio. Scommettono nel tuo senso di colpa, questi panda vittime del mondo, sicure del fatto di essere in grado di aver vendemmiato un altro scroto, come i milioni di coloro che seguono la causa perché hanno subito una reale evirazione o perché zoofili che amano scopare dei panda.

A quel punto capisci. Realizzi che è meglio per tutti far credere a queste donne quello che vogliono. Ma sei ancora abbastanza lucido per porti delle domande, perché i dubbi ci sono. Innanzitutto di che Progresso stiamo parlando? E perché parlarne di uno in particolare e con la “P” maiuscola? O per quale motivo scomodare categorie di pensiero come “obbligo morale” o “atto di civiltà”? E di nuovo, quale morale e quale civiltà? Per non parlare di un grande malinteso, che nessuno avverte malgrado l’ingombranza. Sfugge infatti la ragione per la quale si debba considerare le donne una minoranza. Come giustificare questa logica da riserva indiana? E poi non ci si spiega perché si abbia da ritenerle per un qualche motivo svantaggiate, quasi si trattasse di un handicap di natura biologica o psicologica, quando invece quello stesso Progresso con la “P” maiuscola, come del resto qualsiasi altra idea di umanità civile, abbia già speso milioni di parole nell’affermare la sostanziale parità sotto qualsiasi punto di vista dell’individualità e della qualità umana tra l’uomo e la donna. Allora rifletti. Siamo sempre fermi lì: dove rintracciare l’origine di questo svantaggio? Forse nell’adesione ad un patto sociale di comodo? Che si tratti di una libera scelta? Le donne sono oggi quel che sono perché a più di qualcuna va bene così?

Oh no. No. È il tuo istinto che dice di dare un freno al tuo cervello. A quei tuoi neuroni eretici ed imprudenti. Convieni che è meglio morderti la lingua e non esternare mai simili ipotesi in loro presenza. Come anche ravvisare ovvie conclusioni di carattere logico. Per esempio porre all’attenzione il fatto di vivere in un paese che è già garante di un sistema giuridico in grado di punire, ed anche aspramente, qualsiasi tipo di abuso. E così come ci sono le leggi godiamo anche di organi ed istituzioni in grado di garantirle e che non a caso si chiamano Forze dell’Ordine. Quindi come giustificare il piagnisteo? Se una donna, ma vale per chiunque, si crede vittima di un’ingiustizia ha la possibilità di denunciare il fatto ed in questo modo perseguitare il proprio carnefice. Se questo non avviene per pavidità, non si capisce perché estendere a casaccio delle responsabilità che invece sono circoscritte. E se il problema è il carattere di una cultura dominante offensiva, repressiva, volgare, e che si crede di subire, allora perché non ignorarla ed esercitare, far valere quel libero arbitrio che appartiene a qualsiasi essere umano che si ritiene indipendente? Perché invece incancrenirsi nel permalosismo, nel conformismo e quindi nell’immobilità tipica di una società di diritto e del “tutto è dovuto”? Poiché i diritti non è vero che sono per forza dei doveri. Perché certi diritti una volta conquistati non è vero che si mantengono da soli, ma vanno conquistati, confermati e meritati giorno per giorno. Altrimenti aveva ragione quel tizio che non si può nominare e che diceva che chi non riesce a farsi valere e a far valere le proprie idee o non vale niente lui, o le sue idee, o entrambi. E che per certi versi ci dev’essere quindi una ragione che spinge certe donne a conformarsi all’andazzo prostituente, perché mica lo fanno con la pistola puntata alla testa. Perché se esiste un mestiere più antico al mondo è appunto quello.

Ma per l’amor di Dio. Queste sono osservazioni che devi tenere per te, o da scacciare dalla mente come un moscone fastidioso. Perché sai che se così non fosse potresti scatenare un inferno d’isteria. E mentre pensi a tutto questo, poco più in disparte, il sottofondo ti restituisce la musica della Mannoia, ed il brusio di molti altri panda che attorno a te parlano di cucina biologica, della nuova programmazione del teatro tal dei tali, del successo dei loro mariti e delle soddisfazioni che hanno dai figli bravi a scuola ai quali, quella volta, hanno dato nomi stranieri. In quel momento lì ti sovviene l’immagine del panda.   

I panda. Li avete di certo presente. Placidi e mansueti. Vivono di aiuti per non morire di stenti. Hanno solo ciò che viene dato loro. Allo stesso modo avete di certo presente quegli zoo fatti di bambagia, dove i panda vengono custoditi, protetti e coccolati per accoppiarsi, procreare, salvare la loro specie dall’estinzione. Ma loro no. Non se ne parla. Loro se ne stanno lì, bonzi, con i loro germogli di bambù, la loro foresta artificiale di cento metri quadri. Si accontentano di essere fotografati da strani esseri sorridenti che passano lì davanti. Sì, insomma, si accontentano per lo più di attenzioni.

Le donne sembrano dei panda: esatto. Loro e la loro condizione al limite del baratro, l’apocalisse della loro dignità. Loro e le loro occasioni sprecate, il placido vittimismo di comodo, il conformismo identitario, rassicurante, deresponsabilizzante, ed anche un po’ snob. Che altro? Ah sì: la bontà. Loro sono buone. Non un’altra giustificazione che possa motivare l’adesione alla loro causa. A proposito: quale causa? Allargare la foresta di bambù? Aumentare il numero dei visitatori dello zoo? Ricordate, sono dei panda, e non si può essere contro i panda. E a noi uomini non resta altro, perché non esiste altra via contemplabile, che diventare tutti placidi e mansueti partigiani del WWF.

One thought on “E così le donne sono dei panda

  1. Pingback: Perché le donne non sanno parlare di puttane? E di loro stesse? « il blog di alberto bullado

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