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Il falso buonismo è peggiore di quello vero. È se c’è qualcosa di più intollerante dell’odio è l’ipocrisia, la dissimulazione, il giustificazionismo. L’attentato al direttore di Libero Maurizio Belpietro è solo l’ultimo espediente che ci porta a dibattere su un argomento che come al solito è pronto a tradursi in una schiumante tonnara di beceri opinionisti, tra commentatori, comprimari e prim’attori. Ma la sincerità? L’obbiettività, la misura, la logica dove stanno? In un pianeta distante anni luce dall’Italia. Un paese che odia di pancia, con il sangue che frigge nelle vene, ma che si ostina a trattenere il respiro dentro gli abbottonati bustini del buon pensiero, salvo poi abbandonarsi a sbracate bestemmie contro l’umano intelletto. Odiamo, perché non dirlo? Perché vergognarcene?

Una volta messi al corrente della notizia, ognuno di noi, pur non possedendo alcun elemento, si è visto passare davanti agli occhi un copione poi confermato dai fatti e dai peti. La vittima che fa la vittima. Vittimismo di casa anche tra gli amici della vittima. E pure in quella degli avversari, pronti a coccolare la vittima e ad esporsi in caramellosi massaggi di solidarietà se non addirittura in improbabili attestati di stima. Questo “a caldo”. Il passaggio successivo è quello della retorica: il secondo round dove la militanza, l’ignoranza e la spavalderia prendono il sopravvento. Tizio accusa Caio il quale si smarca ma poi millanta e rigira la frittata. Allora Tizio rincara la dose, Caio idem con patate, mentre alle loro spalle la platea si scanna. Eppure nessuno odia. Nessuno disprezza, detesta, aborrisce il prossimo, e nello stesso tempo si denuncia ad ogni pié sospinto “un certo clima”, si usano parole come “terrorismo”, “mandanti”, “complotto”: un lessico da dinamitardi. Questo glissando gli insulti che agitano una batracomiomachia di allucinati persi in allucinanti deliri: l’opinione pubblica, la comunità di internet, il popolino. Ma ripeto: niente odio. In realtà ci vogliamo tutti bene.

Immergendoci nella cloca si finirebbe nel contemplare un Sallusti che in prima serata si perde in lisergiche illazioni, tirando persino in ballo Fini (il quale è un pessimo politico come molti, ma almeno non è un assassino, per quanto ancora ne sappiamo) responsabile di colpe che non sono colpe. Senza contare gli editoriali di Fede, i servizi di Studio Aperto, Tg5, Tg1, cornucopie di nuovi mostri. Poi passi la barricata e leggi i giornali dove te l’aspetti l’altra campana. Il Fatto, ripreso, dilazionato, amplificato da non so quanti blog – ma non è il solo tra la carta stampata – dà il via ad una mozione popolare grottesca con i suoi dubbi, le contro analisi, le contro inchieste, le contro perizie. Requisitorie tortuose ed insinuanti solo per giungere ad un verdetto già scritto e che in milioni attendono di frequentare e starnazzare a pappagallo. Del resto elementi per avvalorare la propria aprioristica e poco serena sentenza sono molti. Proprio perché è la vicenda a parer strana, sotto più punti di vista, a cominciare da quello logico, senza voler a tutti i costi perdere tempo nel dar retta ad ipertrofiche pignolerie di uno stuolo di analfabeti che si professano improvvisamente detective. Stupisce infatti la micragnosità sesquipedale della controinformazione pronta a mettere in campo profili psicologici, precedenti, perizie tecniche che ci spiegano come una pistola semiautomatica è difficile che s’inceppi quando basterebbe far notare che questo fantomatico assassino non è stato visto da nessuno, se non dalla guardia, e che questo nella sua fuga, oltre a non lasciare nessunissima traccia del proprio passaggio saltando muretti e cespugli, non è stato ripreso da alcuna telecamera. Insomma, la misura è andata a farsi benedire molto tempo prima. Così come la sincerità. Mentre è l’odio ad essere vero, non la menzogna.

Diciamocelo: ci odiamo a vicenda. L’unica verità è che l’Italia odia. Odia con tutto il cuore. Odia e fa fatica ad ammetterlo malgrado si comporti da nazione idrofoba. Il Duomo in faccia a Berlusconi, altro episodio immancabilmente controverso, ed un popolo a fare i girotondi, i fischi, i fumogeni contro chi non si vuol far parlare, internet intasato di volgarità ed ora uno strano attentato con strascico polemico grondante sangue, vivaddio, metaforico. Ma no, per l’amor di Dio, non esiste alcun odio. E tra negazionisti melliflui ed accusatori con le bave alla bocca non si sa più dove sia finito il lume della ragione o se sia più copiosa l’ipocrisia degli apologeti che mostrano i palmi – chi, io?! Non sia mai! – oppure l’aggressività laida e sguaiata dei soliti buoni samaritani desiderosi di pogrom. L’immagine che mi sovviene è quella di una caccia alle streghe condotta da entrambe le parti. Inquisizioni e carbonerie d’altri tempi, postmoderne e dementi nei loro passi di danza. Occorre quindi armarsi di pazienza e placare il proprio di odio cercando di sorbirsi indenni i peana delle parti: da sinistra si grida alla “bufala!”, da destra “anni di piombo!”. Da sinistra la replica: “strumentalizzazione politica!”, risposta della destra: “assassini morali!”. Si potrebbe continuare all’infinito con il ping pong tra “moderati” e “pacifisti”. In realtà entrambi lupi travestiti da agnelli.

Quindi uno si chiede: ma com’è che si è arrivati a questo? Bella domanda. Io dico che la società civile tende a soffocare questo tipo di pulsioni, che sono pure fisiologiche, ma che in questi tempi non solo non sono morte al passaggio delle mandrie progressiste e dei bonzi della mansuetudine, ma sono addirittura amplificate dall’afflato mediatico: un mantice titanico che spira 24 ore su 24 sopra braci ardenti anche se coperte e camuffate sotto una montagna di cenere. Il che è un controsenso. Ma noi paese di ossimori ormai non ne facciamo più caso. Deprivati di qualsiasi mezzo per sbollire le nostre alienazioni, ci attacchiamo a valvole di sfogo come queste: dalla spiccioleria politica più dozzinale alla cronaca più tetra. Siamo talmente buoni che basta un niente per uscire dai gangheri, ma in un modo naturalmente tutto italiano che è quanto di più alieno e distante ci sia dall’umana comprensione e tollerabilità. La questione è quindi la misura, il modo, il tono e soprattutto la sostanza delle proprie motivazioni, che allo stato attuale delle cose obbediscono a logiche di tifoseria, di intruppamenti fideistici, e che rispondono a pruriti alloggiati più nell’intestino che nella testa. Il risultato è quello che abbiamo sotto il naso. Un minestrone di idiozia.

Quindi l’odio c’è. Inutile nascondere la polvere sotto il tappeto. Il cittadino medio ragiona per acredine, indignazione, vendetta, ritorsione, invidia, collera. A prescindere dal censo, dalle coordinate geografiche e dal pedigree politico. Tutti hanno un motivo per odiare qualcuno, che non è più un diverso, un avversario, un rivale, un interlocutore, ma un nemico.

È l’Italia che odia. Una fucina di odio e inamicizia. E questo non è affatto fisiologico. Qui parliamo di patologia. Il nord odia il sud e viceversa. I leghisti odiano i romani i quali ricambiano. I neri odiano i bianchi, vedi Rosarno, e i bianchi odiano i neri. Ma non si tratta di razzismo, poiché i bianchi odiano allo stesso modo e tanto quanto anche rumeni, zingari, magrebini e gialli. Nord sud, destra e sinistra, è la medesima brezza che si respira. Quella di un mondo emorragico che ha perso la bussola popolato da masse impegnate in transumanze emotive i cui rappresentanti, diretto riflesso delle masnade, recitano una tragicommedia della doppiezza: da una parte si denuncia l’andazzo, dall’altro nessuno che ammetta, malgrado le bagarre e i cazzotti sotto gli occhi di tutti in Parlamento, il proprio odio.

Poiché occorre ammetterlo: sentir parlare Pansa di Tobagi, Casalegno e Montanelli a proposito dell’aggressione a Belpietro, oppure udire dalla bocca di Capezzone, con la sua proverbiale “faccia da”, che pure quella volta il Cavaliere aveva rischiato di morire, beh, dentro sentiamo qualcosa che si muove. Qualcosa che gratta, che stimola il nervo. Qualcosa che magari, lì per lì, abbiamo la fortuna di poter esorcizzare con un “vaffa” che più genuino di così si muore. Oppure, al contrario, prendiamo e portiamo a casa, in silenzio. Accumuliamo. E così accade ogni volta che ci viene riproposto il volto prognato di Belpietro. O quello semplice e rubizzo di un arrembante Di Pietro qualunque. La sfilata di un bestiario che continua a fare il solletico alla belva che noi tutti custodiamo dentro e che cerchiamo di nascondere agli occhi di altrettanti licantropi vestiti in frac. Un malsentire che vorrebbe erompere, emergere, eiaculare in qualche modo, ma che si protrae, nella calma domestica, frequentando le requisitorie da thriller di improvvisati tecnici balistici, detective, psicologi, gente dalla lunga (?) memoria pronti ad affermare di tutto. Una manovalanza che non si accorge di essere impegnata in una masturbazione in grado di eccitare altrettanti sessoerotomani che mai e poi mai confesserebbero al mondo il proprio vizio e che vizio non è. Appunto l’odio, che in questo caso li divora. Un vizio, dicevo, che diventa tale se matura in modo malato, al buio, come una lenta lebbra.

Provare legittimamente dell’odio, dell’antipatia, dell’intolleranza verso cose o persone è naturale, normale. Lo è un po’ meno manifestarlo in modo incivile. Ma l’odio e la statuetta del Duomo o il colpo di pistola non sono la stessa cosa e se è anche vero che l’uno può essere la causa dell’altro, è altrettanto vero che tra l’odio e la violenza c’è di mezzo il libero arbitrio. Quindi diciamo le cose come stanno, senza infingimenti. L’odio in sé non va né colpevolizzato, né demonizzato, né nascosto, né giustificato. C’è, esiste e basta. Va invece biasimata la violenza, che è cosa diversa, sia fisica che verbale che intellettuale, si capisce, così come coloro che la perpetrano. Stop. Tutto il resto è demagogia e della peggiore sul mercato.

E allora io dico che odio. Odio tutto questo. Odio le persone che si fingono buone ma che sono odiose. Odio Belpietro e la sua gang. Odio i cospiratori giacobini e gli analfabeti che ci vanno dietro. E odio i violenti che lanciano, che sparano, che berciano. Questo perché sono una persona che odia e che odia non doverlo o poterlo ammettere a causa della falsità altrui. Sono un individuo normale, prosaico, che odia genuinamente come dovrebbero odiare tutti quanti, perché l’odio non si estingue ma corre libero sulla nostra pelle come un animale nel proprio habitat. E perché ognuno è anche l’odio che ha e che riesce a governare ma che non deve tacere, nascondere o dissimulare. Ricordate? Si chiama libero arbitrio, intelligenza, civiltà, onestà, che sono molto più di casa nell’uomo che assente col capo e dice: «sì, tu mi stai sul c…», senza doversi scusare e senza nemmeno accusare di qualcosa quel soggetto del proprio sano malessere.

Perciò leviamoci di dosso questo fare lestofante. Odiamoci meglio e più apertamente. Rinfacciamocelo, in modo da non subire la ritorsione morale, responsabile di altra frustrazione, che ci educa di mascherare i propri sentimenti e ci impone quest’etichetta ebete ed ipocrita, salvo poi sbottare miseramente come laidi declamatori da osteria. C’è solo da guadagnarci. In sincerità e liberazione emotiva. Perché il punto è che sì, è l’uomo a sbagliare. Ma non a odiare, bensì ad essere peggiore di quello che è.

Postilla “Anni di Piombo”:

Checché ne dicano gli alti dicasteri, a me pare che ci sia una sostanziale differenza con gli anni di piombo, anche se lo dico, naturalmente, da testimone postumo, data l’anagrafe. Allora l’odio era di casa nelle piccole enclavi delle avanguardie armate più in qualche altra relativa sacca di popolo. Ora è la massa a ribollire. Il fenomeno è meno ideologico anche se militantizzato, e questo avviene proprio perché sono i politici, la classe dirigente, l’informazione che, al contrario di quegli anni lì, anziché stemperare gli animi, gettano benzina sul fuoco (proprio perché ogni contesa politica, ogni campagna elettorale ha bisogno di un nemico: e questo fa bene a CHIUNQUE e ribadisco CHIUNQUE). O peggio, negano la macroscopica esistenza di un elefante, invisibile solo agli occhi degli stolti o dei bugiardi. L’odio è quindi costretto a rompere le dighe, manifestandosi come isteria e non come accorata contestazione civile. Da qui il trionfo del caos, il sonno della ragione che per forza di cose genera mostri. Che non sono solo i Tartaglia o i Mr. X di turno, concreti, inventati, pazzi o manovrati che siano, ma anche i loro carnefici ed aficionados. Che numericamente sono molti di più.

Alberto Bullado

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