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Quarat’anni fa. Una piccola storia dell’orrore. Un piccolo thriller che sa di Italia e di provincia. Come la Calabria, un’appendice della Penisola dove avvengono cose strane, dove si consumano sodalizi dementi. Mafia, stragi, terrorismo. E processi farsa, omicidi su commissione, strani incidenti. Sullo sfondo la politica, una cloaca dove si consuma quel tarantolante teatrino fatto di infami connivenze. Certo, siamo solo agli inizi degli gli anni ’70, e questa forse è solo narrativa, ormai. Oppure l’ennesimo orrido paradigma della storia di un paese ancora tutta da conoscere.

26 settembre 1970. La notizia è che muoiono quattro ragazzi. Le cronache, così come Wikipedia, li storicizzeranno come gli Anarchici della Baracca. Anarchici erano anarchici, Gianni Aricò e la compagna Annalise Borth, Angelo Casile, Franco Scordo, Luigi Lo Celso, e la Baracca era la villa liberty dove si trovavano nei loro incontri, un luogo di aggregazione di gente come loro. Insomma, la notizia è che la Mini gialla, lungo il tratto di autostrada tra Ferentino ed Anagni, si schianta contro un camion responsabile, forse, di averle tagliato la strada. Una manovra illogica che manda all’altro mondo Casile, Scordo e Lo Celso sul colpo. Aricò riesce ad arrivare al massimo in ospedale. La sua compagna invece impiega 21 giorni per morire. Ha diciotto anni. I suoi compagni sono sulla ventina. La Stradale rileva immediatamente delle stranezze. Non può essere un semplice tamponamento. I rilevamenti sembrano voler parlare di un sinistro assai più complicato, a cominciare dalle carrozzerie dei veicoli. Ciononostante, malgrado i quattro decessi che poi diventano cinque, più un’infinità di altre implicazioni, le indagini concludono: tragica fatalità. Eppure i cinque ragazzi erano anarchici. E i due camionisti due uomini di Junio Valerio Borghese, il principe nero. Quel Borghese lì, esatto, quello del golpe (del dicembre dello stesso anno), burattinaio di tante e tali trame da far almeno emergere il sospetto che nel caso dell’incidente ci sia, o ci possa essere stato, qualcosa di strano. Del resto i titoli sui giornali del giorno dopo confermano che sono morti “cinque anarchici”, non cinque semplici ragazzi di provincia. E vogliamo parlare del soccorso immediato della Polizia di Stato? Le medesime volanti che molto probabilmente erano già lì sul luogo perché impegnate nel pedinamento della Mini gialla? E le ancor più incerte testimonianze di un terzo veicolo? Illazioni. L’unica cosa certa è il nulla di fatto.

Ma la nostra è una storia di storie. Ne contiene delle altre. Per questo è opportuno fare un passo indietro nel luglio dello stesso anno. Esattamente il 22: deragliamento del direttissimo Torino-Palermo. Un incidente che poi passerà alla storia come Strage di Gioia Tauro. La Freccia del Sud, o “Treno del Sole”, esce dai binari causando sei morti più un numero imprecisato di feriti, sulla settantina. Le indagini si arenano su errori umani, negligenze, guasti meccanici. I responsabili delle ferrovie vengono infine assolti. Ci vuole del tempo prima che si giunga alla verità. Parecchi anni.

Ma nel frattempo è anche opportuno capire cos’era la Calabria del luglio 1970. Un’estate che immaginiamo assolata ma ugualmente e paradossalmente “nera”. Contemporaneamente a Gioia Tauro si stava scatenando la Rivolta di Reggio Calabria. Catanzaro veniva nominata capoluogo di regione, sollevando il malcontento della cittadinanza reggina che si era sentita tradita ed abbandonata. È la storia a raccontarci di come la protesta fu presto sequestrata dalle esigenze del Movimento Sociale Italiano, che, assieme a componenti della società reazionaria, al sindacalismo neofascista, all’intervento di estremisti neri spalleggiati dalla manovalanza dell’‘ndrangheta, soppiantò la classe dirigente democristiana. Il “Comitato d’azione per Raggio Capoluogo“ guidato dal celebre Ciccio Franco ebbe quindi carta bianca nel mettere a ferro e fuoco la città al grido «Boia chi Molla!». La jacquerie di Reggio Calabria sancisce quindi la nascita di un mostro nuovo, inedito, forse il vero protagonista dell’intera vicenda: la fusione tra emarginazione meridionale, società reazionaria, terrorismo nero, strumentalizzazione politica, finalità eversive e ‘ndrangheta. Questo è quello che palpita in Calabria nell’estate del ’70. E questo è quello che i cinque giovani anarchici percepiscono. Ragioni valide che li motivano nell’andare più a fondo.

Gianni Aricò, Annalise Borth, Angelo Casile, Franco Scordo, Luigi Lo Celso svolsero quindi un’opera di testimonianza sugli eventi che avevano agitato la cronaca di quell’estate calabrese del 1970: la Rivolta di Reggio e Gioia Tauro. Scoprirono come le sollevazioni di piazza fossero state influenzate da infiltrazioni di neofascisti di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale nell’ottica di una strategia della tensione più complessa e che riguardava anche altri fatti che avevano insanguinato l’Italia[1], oltre a sostenere che il deragliamento della Freccia del Sud fosse stato causato da una bomba neofascista con la supervisione dell’‘ndrangheta. Supposizioni che trovarono nel tempo più di una qualche conferma e che i cinque misero assieme in una documentazione. Un dossier che volevano portare a Roma.

Il 26 settembre i cinque non arrivarono mai a destinazione. A Roma si manifestava contro Nixon e la Guerra del Vietnam, tuttavia gli anarchici della Baracca avevano un appuntamento con l’avvocato Di Giovanni, colui che si stava occupando di Piazza Fontana. Inoltre si erano portati dietro un fascicolo di molte pagine da consegnare a Umanità Nova, settimanale nell’orbita dei circoli anarchici. Una documentazione che naturalmente sparì dal luogo dell’incidente. A stendere una cortina di mistificazione e depistaggio ci furono i giornali, i quali si impegnarono in una campagna diffamatoria ai danni dei cinque “capelloni”, ignorando deliberatamente connessioni e coinvolgimenti dall’evidente pregnanza cronachistica e processuale. I cinque erano stati difatti ascoltati da Vittorio Occorsio, giudice del processo per la Strage di Piazza Fontana, in merito alle prime indagini sui circoli anarchici. Inoltre si diceva che Casile avesse stilato una lista di estremisti di destra in stretto contatto con la Grecia dei Colonnelli. E poi c’è la telefonata che il padre di Lo Celso aveva ricevuto da un amico che lavora nella polizia politica di Roma. L’ammonimento era stato esplicito: «meglio che non faccia partire suo figlio». Questo il giorno prima dell’incidente.

Non si contano nemmeno le stranezze e le anomalie[2] relative all’incidente ed all’inchiesta connessa (nella pratica mai portata avanti). Tutta letteratura[3]che trova conferma nel ’93, quando Giacomo Lauro e Carmine Dominici[4], due collaboratori di giustizia, confermarono al giudice istruttore di Milano Guido Salvini, impegnato nell’indagine sul terrorismo nero degli anni settanta, la collusione tra criminalità, politica ed estrema destra eversiva[5] in merito ai fatti di Reggio Calabria e l’attentato di Gioia Tauro. Inoltre Dominici, a proposito dell’incidente stradale, dirà al giudice:

«Personalmente ritengo che quello dei cinque ragazzi non sia stato un incidente ma un omicidio. E tale opinione è condivisa anche da altri militanti avanguardisti. Non sono assolutamente in grado di indicare chi potrebbe aver preso parte alla presunta azione omicidiaria e, peraltro, era illogico che ci si rivolgesse a militanti calabresi in quanto ciò avrebbe comportato un pericoloso spostamento geografico».

Nel 2001 anche il responsabile della direzione Antimafia calabrese Salvo Boemi definì logica e plausibile l’ipotesi che anche l’incidente dei cinque anarchici, così come Gioia Tauro, fosse stato un attentato:

«Sono convinto che quei cinque giovani avessero trovato dei documenti importanti. Non riesco a spiegarmi in altro modo la sparizione di tutte le carte che si trasportavano nella loro utilitaria. È un caso che avrei desiderato approfondire […] ma esistono insormontabili problemi di competenza»

Naturalmente non fu resa giustizia alle cinque giovani morti del 26 settembre del ’70, così come non ci fu per Gioia Tauro tra prescrizioni e assoluzioni (Corte d’Assise del 2006), tuttavia la Storia, che forse è l’unica cosa che conta veramente, ci ha ereditato l’ombra di un qualcosa di più nero del post-fascismo. Quel mostro di cui si parlava prima, qualcosa che gli Anarchici della Baracca avevano scoperto. Un inquietante agglomerato di stragismo, strategia della tensione, connivenze politiche, mafia: parole che noi stessi abbiamo appreso a posteriori dalle cronache ma che quei cinque giovani anarchici conoscevano e respiravano quotidianamente. E che per questo pagarono con la vita.

Gli altri 5 video della puntata di Blu notte: II, III, IV, V, VI.

Per altri approfondimenti: Fabio Cuzzola, Cinque Anarchici del sud. Una storia negata, Città del sole edizioni, 2001 e questo articolo di Repubblica.

Alberto Bullado

Questo articolo compare anche nel sito di ConAltriMezzi


[1] L’anno prima c’era stata Piazza Fontana, 12 dicembre 1969 (17 morti, 88 feriti) ed altri tre ordigni erano esplosi a Roma.

[2] Rimando all’accurato ed esauriente “Dossier Anarchici del Sud. Una storia degli anni Settanta”.

[3] Vedi: Fabio Cuzzola, Cinque Anarchici del sud. Una storia negata, Città del sole edizioni, 2001.

[4] Esponente di punta di Avanguardia Nazionale a Reggio Calabria tra il ’67 e il ’76, nonché tra gli esecutori materiali della Strage di Gioia Tauro.

[5] Dominici, a proposito della strage di Gioia Tauro, parla di un coinvolgimento di Ciccio Franco, consigliere comunale missino, sindacalista CISNAL dei ferrovieri, nonché animatore dei moti di Reggio, il senatore missino Renato Meduri, l’ex consigliere provinciale Angelo Calafiore, dello stesso partito, Paolo Romeo, di Avanguardia Nazionale e deputato Psdi, il parlamentare Fortunato Aloi, Benito Sembianza e Felice Genoese Zerbi, dirigenti del “Comitato d’azione per Raggio Capoluogo”, Demetrio Mauro («quello del caffè»), celebre imprenditore e Amedeo Matacena («quello dei traghetti»), parlamentare di Forza Italia, in qualità di finanziatori che «Davano i soldi per le azioni criminali, per la ricerca delle armi e dell’esplosivo». La sentenza in Assise infine confermò la strage compiuta con esplosivo.

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