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C’è questo dubbio. Sakineh, che fine ha fatto? Come mai non ne parlano più televisioni e giornali? Totti e Carla Bruni ora dormono sonni tranquilli? Domande che il cittadino medio potrebbe porsi. Potrebbe. E se lo fa tace lo stesso. Ma che dire degli attivisti umanitari, degli imperialisti culturali, dei bonzi del bel pensiero, o semplicemente dei milioni di belle anime pronte a sfregiarsi i volti con le unghie di fronte al pericolo di una barbarie imminente? Loro che invece dovrebbero porsi certe domande? Era vero o no che Sakineh rischiava di morire in un momento all’altro come erano pronti a tuonare tg e giornali? Che non c’era più tempo da perdere? E che per questo motivo bisognava fare più casino possibile? E dunque, perché ora tutto tace? Deve stupire questo silenzio così assordante quanto l’acrimonia isterica di due settimane fa quando il mondo Occidentale si torceva le budella cercando di salvare una povera donna dall’inciviltà di una nazione selvaggia condividendo link su Facebook? No. No, perché è sempre la solita vecchia storia. No, perché l’interruttore della mobilitazione è ora posizionato su “mode off”. E no, perché semplicemente non c’è motivo perché alcuna voce si levi con la stessa eccitazione: niente lapidazione. Non c’è stata e con ogni probabilità mai ci sarà. Vittoria dell’Occidente? La retorica dell’“arrivano i nostri!” ha sortito l’effetto sperato? Macchè.

E allora cos’è successo? Che lentamente qualche verità è venuta a galla, o almeno questo è quello che si ritiene prestando ascolto a certe fonti di informazione alternativa. Si sarebbero quindi verificate alcune congetture che inizialmente qualcuno aveva anticipato, notizie che probabilmente qualsiasi organo di stampa imparziale avrebbe dovuto quantomeno prendere in considerazione nel restituire la completa dimensione della notizia, per quanto delicata e controversa. Ma a suo tempo ciò non era avvenuto, tanta era la dose di strumentalizzazione che gli organi d’informazione di massa riversavano nella testa dell’opinione pubblica, così superficiale e sospinta dall’onda emotiva. Il sottoscritto si era occupato del caso, racimolando qua e là voci e indiscrezioni che trapelavano dalla stampa straniera e indipendente e che alla fine dell’articolo avevo riportato pur prendendole con le pinze. Un atteggiamento di assoluta prudenza come quello che intendo assumere anche questa volta. Quindi non si tratta di togliersi nessun sassolino dalla scarpa, né di sprecare tempo e parole assumendo quel tipico atteggiamento gongolante del “ve l’avevo detto io”. No. Ma vale la pena riflettere circa il fenomeno “Sakineh” partendo dalle basi giuridico-logico-razionali che ne hanno condizionato il probabile epilogo. Così, finalmente, potrò anch’io avvicinarmi alla conclusione di questa vicenda, mettendoci una pietra sopra come hanno fatto tutti quelli che invece per Sakineh si sono battuti come animali da cortile.

Le nostre virtuose donne occidentali aborrirono all’idea che ci fosse un paese nel quale si potesse essere condannate a morte per adulterio tramite lapidazione. Donne sicuramente virtuose ma non del tutto informate. Stando a certe fonti mai smentite da nessuno, l’Iran ha da tempo aderito alla moratoria contro le lapidazioni. Questo tipo di esecuzioni sono state completamente cancellate dal Codice Penale. Secondo alcuni esse avvengono ancora in suolo iraniano ma solo in pochissime zone rurali limitrofe, nelle quali vige una giustizia sommaria, autogestita e fuorilegge, dalle quali, però, non ci pervengono dati certi. Quel che invece è certo è che il Governo non gradisce la pratica della lapidazione così come qualsiasi forma di giustizialismo fai da te, e ne avrebbe ben donde data la densità autoritaria internazionalmente riconosciuta della medesima leadership. Altro fatto che dovrebbe far riflettere i paladini e le paladine d’Occidente è che in Iran, per essere condannati per adulterio non solo occorre essere colti in fragrante, ma da ben quattro testimoni, ciliegina sulla torta, contemporaneamente. Ora, non solo questo non è il caso di Sakineh, ma probabilmente si tratta di un’eventualità verificabile solo nel set di un qualche film porno. Quindi, a scanso di equivoci e mistificazioni, va detto che Sakineh Mohammadi Ashtoni è stata sì condannata, ma per concorso in omicidio del marito, assieme all’amante Issa Taher, ovvero colui che materialmente ha commesso l’assassinio.

Poi c’è la questione dei particolari macabri. Voci iraniane insisterebbero sulla natura cruenta del delitto. Riporto ancora una volta le parole di Malek Ejdar Sharifi, un giudice che si è occupato del caso Sakineh: «Non possiamo rendere noti i dettagli dei crimini di Sakineh, per considerazioni di ordine morale ed umano. Se il modo in cui suo marito è stato assassinato fosse reso pubblico, la brutalità e la follia di questa donna verrebbero messe a nudo di fronte all’opinione pubblica. Il suo contributo all’omicidio è stato così crudele ed agghiacciante che molti criminologi ritengono che sarebbe stato molto meglio se lei si fosse limitata a decapitare il marito».

Tuttavia c’è da dire che a differenza della stampa italiana, in Iran è proibito divulgare particolari morbosi inerenti a delitti efferati. Per questo motivo non sapremo mai la verità sulla ferocia dell’assassinio (che è da considerarsi un’aggravante in sede legale). Ad ogni modo darei poco conto a queste ricostruzioni dei fatti che provengono da fonti non obbiettive anche se si tratterebbe di indiscrezioni che dal punto di vista della mozione pubblica avrebbero potuto avere una certa rilevanza al pari di tante altre illazioni che invece sono state date per vere. Ciò che invece dovrebbe premerci di più è che Sakineh e l’amante sono stati giudicati colpevoli e condannati a morte per impiccagione. Tuttavia stiamo sempre parlando di un processo sotto il riesame della Corte Suprema che sta valutando l’esistenza di presunte irregolarità. Il decorso giudiziario necessiterà quindi dei suoi tempi e l’esecuzione, se mai avverrà, è da posticipare a data da destinarsi. Ecco che vengono a cadere i tre punti scatenanti dell’isterico allarmismo dei giorni scorsi: la lapidazione, la corsa contro il tempo e la sommarietà giuridica.

E che dire dei personaggi che hanno animato quella che a suo tempo avevo battezzato come un qualcosa a metà tra il “giallo hollywoodiano” e “una soap opera tragicomica”? Di Sakineh c’è ben poco da dire, poiché le notizie in nostro possesso sono risibili, quasi si avesse a che fare con una sorta di Kaiser Sose iraniana. Del figlio invece possiamo dire qualcosina di più. Per esempio che vive tranquillamente a Tabriz (ma come? non è segregato in qualche infame prigione iraniana?) tanto da potersi tenere quotidianamente in contatto con la stampa straniera (ma come? non era l’Iran un regime estremamente censorio e repressivo?) che ha tutto l’intenzione di fomentare quello che vuole, in barba a verità e deontologie professionali. Ma la pedina che desta più curiosità è il cosiddetto avvocato di Sakineh. E che avvocato non è. Trattasi di Javid Houstan Kian, un personaggio che è dovuto fuggire dall’Iran, ma non per evitare delle persecuzioni fini a se stesse, bensì a causa di certi suoi guai con la giustizia. Quali? Certe cronache parlano di una militanza di Kian tra le fila dei Mujaheddin del Popolo: un’organizzazione volta alla liberazione del paese secondo alcuni “ben informati” occidentali, una cellula di terroristi secondo il Governo Iraniano. Fatto sta che questi Mujaheddin del Popolo avrebbero adottato un sistema di lotta niente affatto civile o pacifico se è vero com’è vero che amano fare ricorso a bombe da esplodere contro le istituzioni e la cittadinanza iraniana. Un modus operandi che secondo i soliti dietrologisti sarebbe finanziato da Israele e, naturalmente, dagli Stati Uniti. Lungi da me dibattere sulla natura di Kian e dei suoi Mujaheddin, se si tratta di veri combattenti o di terroristi pilotati da forze straniere. Io riporto queste notizie solamente per restituire quello che è un piccolo scorcio di ciò che si cela dietro la natura di questa gigantesca diatriba diplomatica tra Occidente ed Iran, della quale Sakineh è un puro pretesto, senza per forza voler scomodare CIA e Mossad. Sta di fatto che le voci inerenti alle torture subite da Sakineh provengono proprio dal sedicente avvocato. Così come qualsiasi altro aggiornamento proveniente dall’Iran che è stato dato in pasto alla nostra opinione pubblica affamata di indignazione.

Rimane in sospeso una domanda. Ma com’è che ora si sanno queste cose? C’è forse qualcuno che possiede la sfera di cristallo? Ovvio che no. Si tratta di supposizioni e valutazioni naturalmente al corrente di qualsiasi esperto del settore anche prima e durante la tumultuosa ondata emotiva di qualche giorno fa. Se queste analisi non sono emerse nell’informazione che conta è perché la medesima informazione, per motivi che chiunque potrebbe capire da sé, le ha respinte. Ma ora che si sono quietate le acque è bastato che qualche giornalista si recasse in Iran per verificare de visu come funzionano le cose laggiù, un paese del quale conosciamo solo quello che ci viene detto di seconda-terza mano. Così come avveniva secoli or sono con le favole di Mille e una notte. Così come Salgari si immaginava l’India e i Veneziani l’Oriente tramite Marco Polo e i suoi rimaneggiamente noi ricamiamo su un paese che non conosciamo per niente se non per le due acche che l’informazione occidentale ci centellina di tanto in tanto. Eppure certe informazioni a proposito dell’Iran e del caso Sakineh era possibile frequentarle sul Los Angeles Times anche durante i giorni della mobilitazione ed in seguito grazie all’intervento di Thierry Meyssan, giornalista ed attivista francese, che mai e poi mai darei per buono ad occhi chiusi. Ma tant’è, queste sono le voci fuori dal coro, le uniche che sembrerebbero confermare i dubbi di ciascun individuo dotato di autonomo intelletto. Il buon cittadino si potrebbe quindi interrogare perché mai nessun organo di stampa italiano, così intraprendente nella lotta in favore alla liberazione di Sakineh, abbia voluto inviare qualcuno in Iran per contestare queste tesi o quantomeno per sincerarsi delle condizioni della propria prediletta. Il buon cittadino potrebbe chiederselo. Ma se anche lo fa, ancora una volta, tace. Lo stesso destino di attivisti, bonzi e belle anime della civiltà occidentale. Loro che certe domande invece dovrebbero farsele.

Che altro dire. Nulla, se non quello che ancora sembrerebbe sfuggire alla maggior parte dell’opinione pubblica. Per esempio che l’Iran non ha nessun obbligo giuridico nei confronti dell’Occidente, altrimenti facciamo passare il concetto che le sentenze di un tribunale iraniano sui fatti che quel Paese considera reati gravi sono da sottoporre sistematicamente al “Tribunale Popolare dell’Occidente”, magari composto da nazioni che allo stesso modo applicano la pena di morte secondo i propri principi di giustizia. Facciamo un esempio su tutti: gli Stati Uniti, che ve lo dico a fare… Domani Teresa Lewis, donna affetta da disabilità mentale, verrà giustiziata per gli stessi reati imputati a Sakineh[1]. Dov’è quindi finito l’ardore attivistico dei guitti di piazza? Nella cloaca della propria deontologia intellettuale. La stessa che avrebbe inoltre dovuto suggerire loro che Sakineh non è affatto un prigioniero politico ma una persona incriminata per reati comuni. E che come tale ha il dovere di essere giudicata secondo i parametri adottati dal proprio paese, uno stato, che vale la pena ricordare, è sovrano ed indipendente (fintanto che non getteremo la maschera e lo dichiareremo apertamente come nostra prossima “preda” dopo Afghanistan e Iraq). Certo, rimane aperta la questione relativa alla condanna capitale. Per come la vedo io, lo ripeto, Sakineh non dovrebbe meritare la pena di morte nemmeno se i capi d’accusa fossero dieci volte più gravi. Come sono altresì convinto che l’Occidente non abbia nessun diritto di interferire nella giustizia di un paese straniero. Ad ogni modo rimane comprensibile, per il nostro senso comune, l’orrore di fronte all’esecuzione di una condanna a morte per impiccagione (tutt’altro che confermata e che comunque non è una forma di tortura disumana come la lapidazione). Nondimeno dovremmo riflettere circa le pulsioni che noi stessi vorremmo occultare dietro uno strato assai sottile di civiltà e moralità e che sempre più spesso sembrano emergere in barba ai valori che noi stessi andiamo a tromboneggiare in giro. Non è infatti la nostra un’opinione pubblica pronta ad augurare la morte per tortura a chi uccide e maltratta gli animali? Per non parlare di pedofili, meglio ancora se preti? Noi e la nostra morale illuminata, progredita e civile anche se ancora un po’ troppo confusa a proposito della liceità della legge del taglione. Quella stessa cultura capace di giustificare e tollerare aberrazioni come Guantanamo ed Abu Ghraib, devianze che ci dovrebbero frenare la lingua prima di emettere giudizi a proposito della condotta di altri popoli.

Infine, com’era prevedibile che fosse, l’unica lapidazione al quale abbiamo assistito finora è stata quella del nostro buon senso. E l’ultima pietra vista volare è stata la medesima che noi stessi abbiamo fatto cadere sopra l’intera vicenda. Da domani dormiremo tutti sonni tranquilli, com’è sempre stato anche prima di Sakineh, della coppia lapidata in Afghanistan quest’estate (qualcuno ne ha sentito qualcosa?) e della tredicenne somala, anch’essa lapidata, nel 2008, in uno stadio con 1000 spettatori, per essere rimasta incinta in seguito ad uno stupro (qualcuno se lo ricorda?). Dormiremo come angioletti, tutti quanti, a cominciare da Totti e Carla Bruni, dai buoni cittadini dal fervido impegno civico e dai manifestanti di professione dal cuore tenero. La medesima teoria di paladini dormienti che da domani sarà pronta a distrarsi con la nuova stagione di X-Factor, del Campionato di Calcio e dalla nostra sempre più illuminante e spassosissima politica interna. Touché.

Alberto Bullado.



[1] Il movente ricostruito è il medesimo: uccidere il marito ed il figliastro per impossessarsi del rimborso previsto dalla polizza assicurativa. La Lewis avrebbe quindi permesso, o pianificato, l’uccisione grazie all’ingaggio di due sicari i quali sono stati condannati all’ergastolo mentre lei, poiché organizzatrice del delitto, a morte. La Lewis, che a causa degli stenti economici ha avuto come difesa un avvocato d’ufficio, possiede un quoziente intellettivo di settanta. Uno dei sicari, che si è suicidato in carcere, avrebbe lasciato un messaggio scritto di propria mano, successivamente autenticato, nel quale dice di avere programmato il crimine sfruttando la debolezza mentale della donna. I soldi gli sarebbero serviti per intraprendere un’attività di spaccio di droga in California. Il messaggio del killer suicida non è però stato ammesso in sede processuale.

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3 thoughts on “Sakineh: ci abbiamo messo una pietra sopra

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