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C’è chi non vede l’ora di andare in pensione. E c’è chi può andare ma non ci va. Solo uno dei tanti paradossi di questi tempi, al quale il cinema si conforma. Un mondo di sogni, aspettative e speranze, che proroga all’infinito il deadline di varie divisterie dalle espressioni snervate e con più passato che futuro. Anche quando l’acqua è alla gola, la crisi artistica si taglia con il coltello e la carne inizia a puzzare. Nietzsche diceva di apprezzare coloro che tramontano. I divi di Hollywood non leggono Nietzsche.

È vero, non fanno niente di male. Ma non si può nemmeno dire che nel fare quello che fanno passino o vogliano passare inosservati. Nudi improbabili, ruoli strampalati, film pieni di botti. Se questa è vecchiaia. Nella critica di settore e nel tripudio del pubblico questi arzilli vecchietti trovano pane per i loro denti. Affetto e cazziate. Proprio come ai vecchi tempi.

Inutile tergiversare. Poiché The Expendables è senza dubbio il piatto forte di questa ricognizione. Una pellicola d’azione vecchio stile che annovera un cast di vetero-palestrati impossibile da trovare altrove. A cominciare da Sylvester Stallone, 64 anni, protagonista, regista e sceneggiatore del film. Lui e la sua faccia da Picasso, sempre più storta, entità a parte del film. Così come il suo corpo, del quale sarebbe da perderci un’ora. Seguono: Dolph Lundgren, vichingo interprete di quell’Ivan Drago che provò a spezzare in due Rocky Balboa invano, Bruce Willis, cursorio, Arnold Schwarzenegger, sgonfio e rimpicciolito, Eric Roberts, che a 54 anni è ancora opportuno ricordarlo fratello della più nota Julia, e quel che resta di Mickey Rourke, l’unico in grado di dare alla pellicola la parvenza di una prova attoriale un poco più appassionata e meno bidimensionale grazie ad una toccante scena dove il faccione deturpato del nostro, tinto di blu dalle luci del neon, si esibisce, riflesso allo specchio, in un monologo commosso. Per il resto il film è un clichè di esplosioni, fucilate, membra che esplodono e coreografie masculine muscolose, per l’occasione infarcite delle movenze feline di Jet Li e dalle fragorose body slam di Steve Austin e Randy Couture.

Nell’insieme nulla che possa scontentare lo spettatore che si immagina non essere un appassionato di Godard, Altman, Antonioni, Bergman. O se lo è in sala è chiamato a spegnere, oltre che il cellulare, l’area cerebrale della micragnosità cinematografica, così da passare sopra la trama che avrebbe potuto sforzarsi un poco di più ed elaborare un qualcosa capace di andare oltre la bella fanciulla tenuta in ostaggio da salvare. Cose che si vedevano già ai tempi delle principesse, dei draghi e dei castelli, per intenderci. Però i gorilloni non scadono perché credibili nei panni di gorilloni. Anche se a discapito dei bicipiti e della cazzutaggine di Jason Statham – erede di quella progenie di attori lì, nonché unico della combriccola a non aver ancora varcato la quarantina – l’attenzione si concentra sugli impietosi primi piani di Stallone. Per uno come lui le nuove frontiere del digitale e del 3D potrebbero ridare tonicità e freschezza a corpi e somatiche condannate dal lavorio del tempo e dai tarli chirurgici.

All’appello sembrerebbero mancare Van Damme, ancora in attività anche se pochi lo sanno, Chuck Norris, divo redivivo della demenzialità internettiana e Steven Seagal, peraltro bolso, fermo e come al solito inespressivamente lapidario in Machete, di Robert Rodriguez (quest’anno a Venezia ma vivaddio fuori concorso), nel quale compare anche un Robert De Niro completamente in aceto. Sulla parabola discendente dell’antico pupillo di Scorzese sarebbe da scriverci un libro. In questa sede meglio limitarsi ad un silenzioso requiem. Ma rimanendo nel genere, prima dei mercenari, c’era stato John Rambo, e prima ancora Rocky Balboa, quasi Sly volesse monopolizzare la scena ringalluzzita dal quarto capitolo della serie Die Hard. Dunque esiste una vieille vague che spira in questo senso, istituzionalizzata da una scena contenuta sempre in The Expendables. Quella in cui un’inedita triade composta da Willis-Stallone-Schwarznegger si concede in un teatrino spicciolo ma gustoso. Una sequenza peraltro gratuita e assolutamente superflua nell’economia del film (cinematograficamente parlando, per quanto riguarda il marketing invece…). Bruce Willis, il quale deve ingaggiare una squadra di mercenari, convoca in una chiesa Stallone e “the Governator”. I due si esibiscono in uno scambio di frecciatine insolenti come quei due rivali tutto muscoli degli anni ’80 che furono. Un botta e risposta che fa sorridere e che stempera la gratuità della scena con un’ultima battuta, forse l’unico guizzo della sceneggiatura, quando uno Stallone chiosa beffardo Schwarzy che rinuncia all’incarico: «Lui non parteciperà alla missione, è troppo occupato. Vuole diventare Presidente». Un primo spot elettorale? Dopo Reagan Hollywood reclama ancora la Casa Bianca?

The Expendables insegna che non ci si deve arrendere all’età. Perché nulla può fermare questi “last action heroes”. Definizione che al singolare coincide con il titolo di un film proprio di Schwarznegger. Solo che si tratta di una pellicola del ’93 e di anni ne sono passati altri 17. Eppure questo lungometraggio sancisce la testimonianza chiassosa di una o più generazioni di attori che pur arrancando verso il viale del tramonto non rinunciano a calcare le scene, a prescindere dalle brutte figure, le interpretazioni imbarazzanti e gli umilianti compromessi commerciali.

Tra i “big” occorre soffermarci ancora un secondo su Mickey Rourke, emblema del disfacimento e nel contempo mosca bianca in mezzo al bollito misto assortito. Cotto a puntino Rourke decide di rimettersi in gioco dopo “un periodo un po’ così”: da C’era una volta in Messico a Sin City. Poi arriva il jolly. Nei panni di Randy “the Ram” Robinson, protagonista di The Wrestler, vince e convince: Golden Globe e Indipendent Spirit Award. Il film nel 2009 vince anche il Leone d’Oro a Venezia, ma l’Oscar come miglior attore sfugge per un soffio dalle sue mani gonfie. In fase di lavorazione c’è un nuovo progetto incentrato sulla vita di Richard Kuklinski, uno dei serial killer più famosi della storia americana. Ad interpretare il gigante pluriomicida naturalmente Rourke, per l’occasione anche produttore.

Volendo spaziare nell’universo delle stagionature hollywoodiane c’è da avere l’imbarazzo della scelta. A cominciare da Maryl Streep (61 anni stra onorati) che canta e balla in Mamma Mia! e sforna film lavorando più di una trentenne – più o meno 13 film in 5 anni. O un gonfio John Travolta (Battaglia per la Terra, Svalvolati on the Road, Hairspray) che si ridicolizza con la Hunziker nella pubblicità della Tim, bissando il twist ballato con Fiorello questa volta in casa di Oprah Winfrey, la populistica dea di colore della tv americana, che compra lo zio di Danny Zuko e Tony Manero per aprire la sua ultima stagione. Poi c’è Helen Mirren, classe 1945, che si spoglia nuda su una vasca da bagno per il New York Magazine. La Mirren, con il suo invidiabile palmares di riconoscimenti, la regina Elisabetta vincitrice del premio Oscar (The Queen), sì proprio lei. La stessa Mirren che poi compare assieme a Bruce Willis, ancora lui, Morgan Freeman, altro stagionato, Richard Dreyfuss e John Malkovich in RED (Retired Extremely Dangerous), una pellicola in uscita ad ottobre che riporta in auge il genere del geriatric-action (una squadra di ex-agenti della CIA in pensione che ritornano in attività). Insomma, ce n’è per tutti i gusti. Prendi Harrison Ford, costretto a rivestire i panni di Indiana Jones altrimenti nessuno sarebbe in grado di citare uno dei suoi ultimi film (nei nuovi episodi di Star Wars non gli hanno concesso nemmeno un cammeo e Ridley Scott non sembra aver intenzione di riprendere in mano Blade Runner). Peggio di lui se la passa Richard Gere, che non può giocarsi la carta del remake da blockbuster (al contrario di Micheal Douglas, altro dimenticato da Dio, vedi il sequel di Wall Street) se non chiedendo l’elemosina a Julia Roberts: Pretty Woman è difatti il suo ultimo successo. Altrimenti il brizzolato è costretto a riparare nei soliti ruoli romantici o da maschio tenerone. Oppure ballando in Shall we dance. Il resto è nel dimenticatoio. Stesso oscuro oblio nel quale sembra essere precipitato Al Pacino (del ‘40): un vero e proprio poltergeist. Nel senso che, scomparso dalla circolazione, appare di tanto in tanto nei panni di un botulinizzato che assomiglia ad Al Pacino solo con le unghie dipinte (foto).

Veterani che non mollano l’osso, che non si danno per vinti, che seguono il proprio destino quasi abbandonandosi ad una cieca inerzia. L’alternativa al darsi ancora da fare è mummificarsi come una Sofia Loren qualunque, addirittura fossilizzata, campionessa mondiale di parassitaggio di se stessa e della propria icona, ancora buona per eventi mondani come la premiazione di Miss Italia a sostituire una del calibro di Sharon Stone, anche lei vittima (o carnefice) del revival (in questo caso soft-porn vedi Basic Istinct 2). La Stone, una che neanche con tutta la buona volontà di questo mondo riusciresti a chiamare cariatide. E poi ci sono gli uomini che con la vecchiaia giocano in casa, i quali, con l’incedere degli anni, antichizzano piuttosto che cadere a pezzi: un incubo più femminile che maschile malgrado i tempi stiano cambiando anche in questo senso. Un esempio su tutti: Sean Connery (80 primavere). Emblema di un fascino certamente invecchiato ma che non dispiace alle giovani generazioni. Anche se il nostro nasconde giovani scheletri nell’armadio: l’interpretazione di Allan Quatermain ne La leggenda degli uomini straordinari, altro demente ma divertente remake hollywoodiano di un celebre fumetto. A ruota segue Antony Hopkins (classe 1937), altro gentiluomo britannico, il quale si gode meno la pensione dello scozzese raschiando il fondo del Dr. Hannibal Lecter ed accettando una serie di ruoli discutibili (ricordiamo i più singolari: La leggenda di Beowulf e Wolfman, per rimanere sul fantasy). Annaspando nell’impiego economicamente accomodante Hopkins, non contento, mette la firma anche in una pellicola di prossima uscita: Thor, ennesimo comic movie americano.

E via di questo passo seguono una serie di grandi che più o meno ancora si salvano dalla faccenderia. Nel senso che se ne stanno tranquilli, adottano un basso profilo ed accettano la propria vecchiaia per quello che è: un legittimo riposo. Onesti professionisti ancora capaci di dare il proprio contributo, di tanto in tanto, in punta di piedi, esibendosi alle volte in prove almeno decenti o addirittura pregevoli. Tra i tiepidi Dustin Hoffman (Profumo, le commedie con Ben Stiller ed il recente La versione di Barney, in concorso all’ultima Mostra del Cinema di Venezia). A salire Morgan Freeman e Jack Nicholson, guarda caso in coppia in Non è mai troppo tardi, un simpatico film sulla vecchiaia. Anche se a proposito del tema Nicholson ha molto più da dire in A proposito di Schmidt, questa volta in tandem con Kathy Bates, entrambi candidati come non protagonisti all’Oscar. Nell’Olimpo dei catafalchi c’è sicuramente anche lui, Clint Eastwood, capace di reinventarsi grande regista, tra i migliori in attività degli ultimi anni, dopo essere stato anche un buon attore. Il tutto alla veneranda età di 80 anni. Avercene.

E quindi tira una strana aria nella Hollywood orfana di idee, interpreti, artisti, storie. Si avverte una sgradevole puzza di naftalina mista a formalina, mitigata dall’afrore della filigrana: quella delle banconote. La crisi di mezzi e di ispirazione si avverte in ogni angolo, quindi meglio rammendare la coperta, finché cachet e botteghini lo permettono, rammentando quei volti archetipi di vecchie emozioni sviliti in sovrapposizioni ridicole, o, alla meglio, ironiche. Macchiette di quel tempo e di quel mondo che fu e che mai più ritornerà. Una legge entropica crudele se si considera il fatto che per il libero ludibrio di spettatori educati all’ingrasso ne va del legittimo trapasso artistico di uomini e donne che hanno tutto il diritto di lasciare la scena con onore. Si dice che saper invecchiare è un capolavoro della saggezza. Una delle prove più difficili nell’arte come nella vita. Eppure la vecchiaia è l’aver accumulato più rughe nell’anima che sul viso, ancor più adesso nella tirannia del botox. Esperienza che dovrebbe suggerire la ricetta perfetta di un consono addio. E invece no. I veri divi non vanno in pensione. L’ospizio è solo per la gente normale. Beati loro.

Alberto Bullado

Questo articolo compare anche nel sito di ConAltriMezzi.

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