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Il termine omogenitorialità è di per sé un termine etimologicamente ipocrita. Cos’è una coppia omogenitoriale se non una coppia per forza di cose composta da individui adulti omosessuali? Quindi una coppia omogenitoriale non è omogenitoriale in quanto composta da due persone dello stesso sesso, ma da due persone dello stesso sesso che si amano e che amano persone dello stesso sesso. C’è una lieve differenza che il termine stesso sembra deliberatamente ignorare. La parola omogenitorialità, uno scioglilingua tra le altre cose, generata per riferirsi alle coppie omosessuali pare che censuri in realtà la natura omosessuale dei propri referenti. Un controsenso. Perché non parlare semplicemente di “coppia omosessuale”? Un termine esatto e che non nasconde nulla e che non concede fraintendimenti.

La stessa cosa vale in parte per l’odioso termine “coppie di fatto”. Ogni coppia in realtà è di fatto, perché è un fatto. Stiamo insieme quindi siamo un coppia. Esistono coppie non di fatto? 
Anche questa volta si rintraccia la solerzia di un’ipocrisia ebete, tanto ebete come chi ne fa correntemente uso per le proprie battaglie che si nascondono dietro la pavidità nel non dire le cose come stanno. Stesso discorso di prima, cos’è una coppia di fatto se non una coppia formata da due persone che stanno insieme malgrado la cosa non vada giù a qualcuno? Quindi, nello specifico, persone dello stesso sesso: omosessuali. O forse che le coppie di fatto si riferiscono ad unioni incestuose costituite da padri con figlie, cugini con cugine, nipoti con zie? Non diciamo stronzate. È vero che il termine “coppia di fatto” indica anche l’unione di due persone di sesso opposto, ma è innegabile che la questione delle coppie di fatto riguardi soprattutto se non esclusivamente le coppie omosessuali. Un uomo e una donna che vogliono stare insieme senza sposarsi perché mai dovrebbero creare una seconda istituzione surrogata al matrimonio? È un controsenso. Il volere la via di mezzo sempre e comunque, il creare una sovrabbondanza di diritti nella società del diritto e della burocrazia che traduce qualsiasi esigenza in rivendicazione identitaria o culturale accantonando razionalità e buonsenso per darsi all’ipertrofia di un relativismo cronico, ecco, questo è un fenomeno veramente odioso perché responsabile di pervertire un dibattito già di per sé condannato all’arma bianca. E come se non bastasse ecco che arrivano in soccorso le armate lessicali, schierate in un campo di battaglia che è facile immaginarsi da lì a breve una mattanza, composte da termini ridicoli, dissimulatori, codardi. Se dobbiamo fare la guerra sulle idee chiamiamo le idee con il loro vero nome. Facciamocene una ragione. Ristabilendo l’esattezza del linguaggio automaticamente si dibatterà sulla sostanza delle cose e non sui loro inutili e traballanti surrogati. 

P.S: per la cronaca non sono affatto contrario al matrimonio omosessuale, a patto che questi gay tirino fuori le palle e parlino senza peli sulla lingua: le manfrine non servono a nessuno e danno solo fastidio.

Alberto Bullado

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