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LA NOTIZIA PRIMA DEL FATTO. In un’epoca dove l’informazione gira attorno all’ideale de “la notizia prima del fatto” siamo quindi sottoposti ad una sollecitazione continua, un sovraccarico di input che fa della nostra società una comunità afflitta dall’ipertrofia informativa, spesso peraltro faziosa. Proprio così: di informazione ce n’è troppa. Risultato? Nausea e prolasso civico, l’accettazione di fenomeni e malcostumi che normali non sono (un esempio per tutti: credere a qualsiasi cosa si legga senza verificare, soprattutto quando fa comodo leggere ciò che si legge). Così come l’assimilazione di retoriche responsabili di innescare meccanismi socialmente dannosi: l’indignazione coatta, sistematica, reiterata ed isterica. Un getto continuo che paradossalmente escogita sentimenti contrari a quelli che la stampa (forse non del tutto inconsapevolmente) si prefigge e cioè insofferenza, intolleranza, insubordinazione linguistica ed in un secondo momento etica. Pulsioni che tramutano schieramenti d’opinione in tifoserie che quindi aderiscono a ideologie tramite patti fiduciari e affiliazioni acritiche. Non c’è una vera e propria coscienza critica nell’aderenza alle proprie idee, ma che proprie non sono, e che divengono preferenze fini a se stesse. Ecco perché se non c’è “visione”, ma solo “induzioni” non ci può essere nemmeno libertà, un meccanismo che viene automaticamente replicato anche da coloro che credono di fare informazione libera o controinformazione. E che come tali si ritengono paladini di un sentimento popolare anch’esso coatto e pericolosamente non conforme o adeguato alle contingenze reali.

IL MIRAGGIO DELLA CONTROINFORMAZIONE. Altro punto focale: libertà non è informazione antigovernativa, controinformazione di opposizione. Sarebbe una forzatura crederlo, un ennesimo errore, poiché si tratta anche quella di una stampa veicolata. La libertà è altra cosa. O siamo d’accordo su questo punto oppure sarebbe opportuno chiarire cosa intendiamo per libertà e cioè l’esercizio indiscriminato di un’autonomia “senza se e senza ma” e non semplicemente l’esercizio dell’occasionale voce della controparte. Altro problema deontologico: siamo sicuri che abbiamo bisogno di “verità”? E in questo caso, quale verità? La verità di chi? Non sarebbe meglio investire sulla “visione”, la base di qualsiasi “condivisione” piena e concreta? Offrire quindi fonti e non meccanismi di interpretazione, dati e non letture preconfezionate (leggi anche: ideologie). O meglio ancora metodi. L’Italia, il suo popolo, l’opinione pubblica che ne governa l’andamento spesso dinoccolato e superficiale è già abbondantemente educata nel recepire dall’alto dottrine e riletture di fatti e fenomeni, compresi i relativi e faziosissimi revisionismi. L’autonomia intellettuale è invece la vera utopia mancata di questo paese. Il suo non esercizio è ciò che noi confondiamo con la parvenza di un regime illiberale, che di illiberale ha abbastanza ma non più di qualsiasi altra democrazia (o se proprio vogliamo di qualsiasi altro: “regime democratico”). Per questo motivo trovo il vittimismo di certi atteggiamenti ingiustificato, esasperato, in taluni casi querulo, poiché sostanzialmente acefalo («viviamo in un nuovo fascismo» sì, ribadisco, quello della propria stupidità). È un dato di fatto globale che l’autonomia intellettuale, per forza di cose, non la si può ritrovare negli organi di informazione di massa (fisiologicamente filogovernativi) ma tanto meno in quelli cosiddetti alternativi, i gangli dell’antisistema, che grazie all’ambiguità e alla mancata irrigidimentazione del web hanno la libertà (guarda un po’) di proliferare come funghi, in barba a deontologie professionali ed osservanza delle fonti. Pena: la cloaca a cielo aperto della democraticizzazione dell’informazione, il relativismo giornalistico, il caos. La genuinità di un pensiero non conforme è quindi spesso catturata entro nuovi bacini di entropia intellettuale: per questo motivo avrebbe più senso parlare di autocensura piuttosto che di censura. Di sequestro d’ingegno piuttosto che di naturale evoluzione di un contropensiero.

PROSPETTIVE. Secondo quanto detto, la vera malattia di cui soffre questo paese è il mancato investimento sull’autonomia intellettuale dell’individuo. All’esercizio di un’autonomia singola è stato troppe volte preferito l’indottrinamento di qualsiasi segno.
Del resto che paese è mai quello che sente ancora il bisogno di lottare contro qualcuno o qualcosa per una stampa libera? Forse un paese che ha perso le speranze sulla “persona” e cioè “persone” che credono che una volta ottenuti i diritti umani di parola e di stampa essi si mantengano da soli, senza che sia necessario riconquistarli ogni giorno attraverso la parola, il sudore, il proprio lavoro e la propria credibilità. Quindi nulla da difendere da orchi cattivi del Quarto Potere, ma patrimoni da conservare contro l’ingerenza della nostra stessa cattiva fede, sempre dietro l’angolo, e l’indolenza che mai come in questi tempi sembra essere il carattere distintivo del nostro popolo. Ecco perché forse è da ritenere opportuno porci delle domande di segno diverso. Della serie: che speranze può avere un paese che crede ancora nell’educazione della popolazione piuttosto che quella individuale? Un paese dove si ragiona per masse sociali, opinione pubblica, bacini elettorali, contenitori di pensiero, frange, caste, partiti, parrocchie, tifoserie e piccole-grandi mafie. E l’individuo dov’è finito? Il singolo, lui, che per definizione è sempre libero. Sparito, scomparso, dimenticato, anzi, troppo spesso deresponsabilizzato. E dove sono concretamente le pistole che ci puntano alla tempia? Da nessuna parte se non dentro la nostra testa. E la nostra cultura (ma non fa eccezione anche la cultura antagonista) che sempre di più ci impone di conformarci a popolo di seguaci piuttosto che di singoli protagonisti.

Alberto Bullado
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3 thoughts on “Il Mulino a Vento della Libertà d’Informazione (2/2)

  1. Pingback: Il Mulino a Vento della Libertà d’Informazione (Prima Parte 1/2) « il blog di alberto bullado

  2. D’accordissimo con il concetto da te espresso Alberto.
    Finchè vivremo di rendita, di informazioni ricevute da qualche (finto) paladino della cosiddetta controinformazione rimarremo nello stato in cui siamo ora.
    La rinascita dell’Italia deve passare attraverso la coscienza dei singoli.

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