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UN FALSO PROBLEMA. Senza nasconderci dietro un dito va dovutamente precisato che il dibattito inerente alla libertà dell’informazione ha molto, forse troppo a che vedere con il clima di censura che si crede in atto in questo paese. Una minaccia che lascia il tempo che trova, a meno che non si è veramente convinti di vivere in una sorta di regime postmoderno. Quale? Quello dell’ignoranza innanzitutto, ma che sarebbe meglio chiamare dell’indolenza che è comunque una forma, tra le più fetenti, di stolidità umana. Quindi nulla che abbia direttamente a che fare con il fantasma di un fascismo redivivo (e recidivo) anche se di pedigree mediatico, poiché paragonare quest’Italia a quella del ventennio, oltre che commettere un clamoroso errore storico, è anzitutto arrecare un’offesa a chi morì per mano di quel regime, vero, concreto e concretamente persecutorio. La questione quindi è malriposta. Non è vero che è in atto un vera e propria dittatura intenzionata a reprimere la genuina vitalità di un’espressione libera ed indipendente, quanto più l’aggravarsi di uno stato di apatia, l’accrescere di un senso di trascuratezza e negligenza che fa parte di un atteggiamento sempre più largamente condiviso. Quindi non è vero che in Italia (o almeno solo in Italia) non c’è la libertà di stampa. In realtà ce n’è, naturalmente entro i limiti fisiologici, che sono ristretti, di tutte le democrazie occidentali. Eppure nel nostro paese viviamo un fenomeno particolare, di segno opposto e forse unico nel suo genere e cioè quello della sovrabbondanza di informazione, dati i canali tematici, internet, le numerosissime testate giornalistiche, che in qualche modo, pur componendo un mosaico spesso confuso, caotico, disorganico garantiscono una pluralità di espressione che evade dall’attrazione decisiva di potentati politici, economici ed industriali che detengono in genere i grandi media nelle democrazie tradizionalmente ritenute più solide (su tutte Stati Uniti ed Inghilterra dove il sistema mediatico è dominato da dei veri e propri monoliti, pochi e riconoscibilissimi). Se in Italia esiste una parvenza di libertà di stampa la questione è semmai un’altra: la nostra stampa non è “indipendente”. E quella che lo è viene ignorata. Un altro bel paio di maniche.

FREEDOM HOUSE. Occorre innanzitutto evadere dal campanilismo di un dibattito da operetta e calarci opportunamente entro una visione internazionale del fenomeno. Quando la Freedom House ci collocò al 74° posto della classifica mondiale ci piovvero sulla testa (spesso non solo dall’estero) i soliti anatemi di circostanza. Peccato che la Freedom House è innanzitutto un think tank (serbatoio di pensiero) e cioè un’organizzazione creata al fine di promuovere la democrazia liberale nel mondo (Voltairenet.org: “Freedom House, a propaganda machine created by Roosevelt to prepare the US public opinion for war, returned to the attack to stigmatize the Soviet field during the Cold War. At that time, it used western intellectuals, including French. Today, it organizes international media campaigns for religious freedom in China and for peace in Chechnya. Freedom House is currently presided over by James Woosley, former CIA Director”, articolo intero qui). Ora non staremo a discutere su un tema spinoso ed ingombrante come quello dell’effettiva bontà democratica delle democrazie occidentali, forme di governo responsabili di ledere diritti fondamentali dell’uomo al pari dei peggiori regimi totalitari del presente e del passato. Perciò ci limiteremo ad osservare come la Freedom House e molte altre associazioni atte ad amministrare opinion e policy makers (gruppi organizzati che si occupano di realizzare movimenti d’opinione e politiche pubbliche) siano responsabili di pilotare gli andamenti ideologici ed intellettuali dei più importanti organi di informazione di massa (stiamo sempre parlando su scala globale: tv, stampa, internet) condizionando in questo modo l’opinione pubblica internazionale a propria discrezione. Valutazioni, si capisce, affatto obiettive o disinteressate. Che queste organizzazioni abbiano spesso sede a Washington, piuttosto che in altre zone degli Stati Uniti, non è infatti assolutamente un caso. Think tanks che come è facile immaginare sono state costruite all’interno di determinati meccanismi politici e che sono appendici del sistema dal quale sono state create. Tarature che ontologicamente non possiamo ritenere esemplari al fine di misurare il grado di libertà di una nazione. Eppure si persiste nel ritenere valide simili scale di valore, soprattutto a sinistra (sic!), anche se calibrate sull’esempio delle democrazie più aggressive, colonialiste e guerrafondaie del panorama politico mondiale. Stiamo quindi parlando di un evidente ossimoro.
 

PANORAMA ITALIA. In Italia ci sono quindi i medesimi problemi di libertà di stampa di qualsiasi altra democrazia e ricondurre l’ovvietà di uno stato delle cose condiviso dall’intero Mondo Occidentale ad un’emergenza democratica tutta italiana significa fare il gioco di una retorica al guinzaglio delle opposizioni. Un gioco spicciolo che a noi non interessa. Per questo sarebbe meglio indagare circa una patologia di segno diverso. Occorre innanzitutto ammettere che nel nostro paese la proliferazione di media alternativi sopperisce le evidenti storture della stampa di partito (di regime e non). Ci sono giornali, pubblicazioni mensili, opuscoli, ma soprattutto c’è internet, cornucopia di qualsiasi grafomania. È quindi evidente che non mancano spazi di libertà e modalità di approvvigionamento libero, gratuito ed avanzato per chi volesse dotarsi delle fonti utili a fronteggiare l’ingerenza dell’informazione inquinata dai soliti schieramenti. Quindi se esistesse una società civile provvista di un’adeguata coscienza critica, questa avrebbe di che cibarsi. Inoltre in Italia, contrariamente a quanto si pensi, troviamo buoni esempi di informazione libera e indipendente anche in televisione, media per eccellenza obbediente alle aderenze politiche. E per di più in prima serata! Non faccio naturalmente riferimento a Santoro e Travaglio quanto più a trasmissioni come Report, a certi interventi su La7, o a Presadiretta di Iacona sempre in Rai. Piccoli esempi che ci restituiscono un panorama tutto sommato discreto se considerata la presenza di un’informazione libera nei media nazionali e la trasbordante presenza di canali alternativi (blog, forum, siti, e-magazine, canali tematici, video, stampa indipendente). Quindi dove sta il regime? L’emergenza democratica? L’apocalisse italiana? Tutta nella distanza tra questo faticoso adoperarsi di pluralità d’espressione e la gente. Il problema è la partecipazione. Gli italiani non premiano questi sforzi perché non vogliono l’informazione autonoma, non ne percepiscono il bisogno e se anche così non fosse non sarebbero comunque in grado di riconoscere gli organi di informazione più meritevoli poiché sprovvisti di un discernimento critico che a loro è cronicamente estraneo. Meglio scegliere la via della suggestione, del condizionamento, della malia, una forma come un’altra di feticismo e di superstizione secondo la quale declinare qualsiasi fronte d’opinione. Da qui la fascinazione carismatica che governa l’opinione pubblica italiana, il discrimine decisivo che misura il potere di personalità politiche (messia più che statisti) e giornalistiche (comunicatori, maestri, santoni più che fonti di notizie). Naturalmente questo aspetto è figlio primogenito di una cultura della visibilità imperante nel nostro paese. Un fenomeno che letteralmente ha svuotato l’Io individuale delle persone in nome di un sacrificio insensato e cioè l’affidarsi fideistico ai guru mediatici.

 

Ribadisco: l’informazione in Italia è troppa e caotica. Di libera ed autonoma ce n’è. Il problema è che gli italiani non la scelgono, non la frequentano e non la premiano e stanno immobili barcamenandosi tra servilismo, vittimismo o menefreghismo: sono queste le vere realtà da combattere. Lasciamo perdere i mulini a vento.

——-> continua qui.

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One thought on “Il Mulino a Vento della Libertà d’Informazione (1/2)

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