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Scritto il 3 Marzo 2010.

Sarò macabro. Pasolini, il suo cadavere, ha rotto il cazzo. In realtà non è nemmeno colpa di Pasolini. Ma di quelli che sono venuti dopo, che hanno ridotto la sua memoria ad una gogna intellettuale. Cercavano di fargli un favore, questi cretini, elevando il marxismo borghese del vate maledetto, ostracizzato dal conformismo e dall’ipocrisia dell’Italia del bifrontismo morale, sull’altare del martirio. Della serie: «Pierpaolo, te lo dobbiamo dopotutto». Come dire: «Sei morto. Il minimo che possiamo fare dopo averti ignorato è adorarti». Rispettando l’imperscrutabile luogo comune o comune legge del contrappasso che prende il nome di: gloria postuma. In realtà questi idioti hanno rotto il cazzo a coloro che come il sottoscritto hanno avuto la sola colpa anagrafica di esser venuti dopo, oltre che ad offrire alibi intellettuali a gente profondamente inintellettuale o solamente tanto stupida. Senza contare la volgarizzazione della lezione pasoliniana inquinata di ogni salsa. Gesù. Grazie a queste scimmie anarco-nichiliste, o neo-post marxiste, o come cazzo vogliono definirsi questi queruli poeti del nulla con attico in centro, hanno fatto di Pasolini quello che fu Cicerone per la Letteratura Latina. Un santino da antologizzare e da frammentare in aforismi beoti e decontestualizzati. Frasi, stralci, florilegi, bignami striminziti capaci di dire di tutto di tutti e quindi nulla. Annacquando una controversa vitalità con iniezioni di inzerbinati salamelecchi al sapore di apologia del marcio.

È la condanna ad un eterno necrologio. È la venerazione di Cassandra. È la sublimazione di una caricatura intellettuale elevata ad exemplum dell’anticonformismo italiano che ha condannato la nostra controcultura ad un fangoso post-pasolinismo di etichetta. Un conformismo che, ci scommetterei, farebbe annaspare lo stesso Pier Paolo, orripilato da quello stesso manierismo che porta il suo nome. Siamo condannati all’agiografia, ad una vuota ortodossia che per “docere” denuncia l’ovvio e come “delectare” assurge il ritrito gusto dell’invettiva compiaciuta. Grazie tante. Facile fare una goleada a porta sguarnita. O per dirla laidamente fare i froci con il culo degli altri. E in questo caso con lo sfintere di un morto. No, il riferimento omoereotico non è un caso. Ed è riferito a quegli squallidi necrofili della militanza omosessuale che sventolano Pasolini come una bandiera alle carnevalate gay. Difficile immaginarlo al giorno d’oggi sventolare le medesime bandierine colorate. Una questione innanzitutto di stile.

E poi tutti questi boy scout del neocostituzionalismo legalitario che continuano a belare: Pasolini è un profeta! Sbagliato. Pasolini ERA un profeta. Lo è stato nei ’60 e nei ’70 annunciando gli ’80 e i ’90, fino ad arrivare ai 2000 se proprio vogliamo. Ma se nel 2010 Pasolini continua a profetizzare, da cadavere, allora ci dev’essere un problema. Ed il problema siamo noi. Significa che siamo immobili. Che non riusciamo a leggere il futuro perché il presente ci è estraneo. Che il carcinoma post-pasoliniano ha attechito dappertutto: classe intellettuale-pseudo-tale, controinformazione, cultura di massa. Già. Persino Grillo si serve dei ritratti del poeta per pubblicizzare i propri baracconi. E questi sono fenomeni che ci dovrebbero suggerire che siamo al capolinea. Basta!
Pasolini ha dato. Ha dato molto. Ora lo stiamo usurando come fece la poesia del ‘500 con Petrarca, con la differenza che passa tra l’abuso e l’
imitatio. Come per molte altre cose l’Italia ha quindi tutto il diritto e anche il dovere di guardare avanti, piuttosto che ciarlare inopportunamente rimirando l’aura oscura di un vate perduto anzitempo. L’elegia reiterata, la continua retrospettiva, l’estenuante citazione hanno fatto avariare la salma di uno dei più grandi intellettuali italiani di sempre. Una marcescenza colpevole di aver zittito ed intimorito un’iniziativa ed un autonomia intellettuali fisiologiche che in tutti questi anni hanno latitato ed avuto difficoltà ad emergere proprio per l’invadenza dell’auctoritas dilazionata dai fun club.
Ora è giunto il momento di farla finita. Poiché, come ho già detto, il sottoscritto è assolutamente certo che lo stesso Pasolini è stato il primo a disgustarsi del proprio cadavere.

Alberto Bullado 


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3 thoughts on “Il cadavere di Pasolini

  1. Caro Alberto,
    le tue parole sono velo su una fiamma di rancore, commozione e cosapevolezza. Credo che anche il signor Pasolini, malgrado manie estetizzanti, fosse in qualche maniera un “bon follastre”, un “mauvaise garcon” come Francois Villon: sempre ingabbiato nei turbamenti e nelle miserie della carne, orgoglioso, sì, ma senza mai rinnegare quel cielo da cui attingeva la sua “sola, puerile voce”.
    Come tutti i “buoni burloni”, suppongo, anche lui risponderebbe a domande circa la sua morte con un prerentorio <>: di assolutamente vero restano le sue poesie, la sua angoscia sigillata in neumi e poemi balordi sotto forma di pietas laica, e chi va in giro gridando ‘Pasolini è un profeta’ – probabilmente- non è tanto diverso da chi oggi vota gli assassini di Borsellino e poi afferma ‘Paolo è vivo’ …. tutto ciò è già avvenuto duemila anni fa, quando l’uomo, sbarrata la croce nel silenzio rispettoso dei templi, continuava a perpetuarne lo scandalo con la forca nelle pubbliche piazze.
    Ebbene… Pasolini è morto, e l’unico modo per chiedere “scusa” sarebbe smettere di farne carne da macello o da bancone di parrucchiere; smettere di parlarne tanto per farlo.
    Come dice De André in “Una storia sbagliata”: <>.
    In sostanza, Alberto, nella tua rabbia è racchiusa la sola ammirazione che Pasolini accetterebbe: quella che fugge l’inevitabile, terroristica abitudine.

  2. Caro Alberto,
    le tue parole sono velo su una fiamma di rancore, commozione e cosapevolezza. Credo che anche il signor Pasolini, malgrado manie estetizzanti, fosse in qualche maniera un “bon follastre”, un “mauvaise garcon” come Francois Villon: sempre ingabbiato nei turbamenti e nelle miserie della carne, orgoglioso, sì, ma senza mai rinnegare quel cielo da cui attingeva la sua “sola, puerile voce”.
    Come tutti i “buoni burloni”, suppongo, anche lui risponderebbe a domande circa la sua morte con un prerentorio “Chi se ne frega”: di assolutamente vero restano le sue poesie, la sua angoscia sigillata in neumi e poemi balordi sotto forma di pietas laica, e chi va in giro gridando ‘Pasolini è un profeta’ – probabilmente- non è tanto diverso da chi oggi vota gli assassini di Borsellino e poi afferma ‘Paolo è vivo’ …. tutto ciò è già avvenuto duemila anni fa, quando l’uomo, sbarrata la croce nel silenzio rispettoso dei templi, continuava a perpetuarne lo scandalo con la forca nelle pubbliche piazze.
    Ebbene… Pasolini è morto, e l’unico modo per chiedere “scusa” sarebbe smettere di farne carne da macello o da bancone di parrucchiere; smettere di parlarne tanto per farlo.
    Come dice De André in “Una storia sbagliata”: “Per il segno che ci è rimasto/non ripeterci quanto ti spiace:/non ci chiedere più come è andata, tanto lo sai/che è una storia sbagliata.”.
    In sostanza, Alberto, nella tua rabbia è racchiusa la sola ammirazione che Pasolini accetterebbe: quella che fugge l’inevitabile, terroristica abitudine.

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