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Scritto il 25 Febbraio 2010.

Non è vero. Renato Vallanzasca non è il mio mito. Ma almeno è un uomo. Retorica? No, la mia non lo è. Piuttosto il tentativo di restituire uno spunto inusuale ma solo all’apparenza. Perché è l’apparenza in realtà uno dei temi centrali di questo articolo. L’apparenza che oramai prevarica la realtà, la sostanza, il valore di una condotta e di un’esistenza. Ma perché tirare in ballo Vallanzasca? Perché Vallanzasca rappresenta ciò che l’Italia non è più. Riassumo.

Vallanzasca è stato un gangster spietato, un rapinatore, un assassino. Si è beccato complessivamente 4 ergastoli e 260 anni di carcere. È evaso, più volte, l’hanno ripreso e si è arreso. Quello che rende Vallanzasca speciale è che si tratta di un bandito onesto in un mondo dove gli onesti sono dei banditi. Il paradosso è quello di trovare una certa forma di lealtà, di coerenza deontologica in un’epica imbrattata di sangue. Vallanzasca non ha mai richiesto la grazia né sconti di pena. Non ha mai protestato della sua immonda situazione. Non ha mai accusato giudici di aver complottato contro di lui. Non ha denunciato le percosse ricevute in carcere anche quando i medici venivano intimati di tacere. Non si è mai strappato i capelli nemmeno di fronte agli undici e dico undici anni di isolamento, mentre pentiti di mafia, politici corrotti, pirati finanziari, truffatori e condannati in via definitiva di Tangentopoli dopo 4 giorni di un simile regime si richiamavano ad Amnesty International, possibilmente di fronte ad affollate conferenze stampa. Vallanzasca una volta catturato ha collaborato con la giustizia scarcerando persone innocenti messe dentro per reati mai commessi. Ha sempre ammesso le proprie colpe senza fuggire dalle responsabilità e anche quando fu preso nel ’77, di fronte a giornalisti giustificazionisti alla domanda: «ma anche lei si ritiene una vittima della società?» lui rispose: «ma non diciamo cazzate», ribadendo di essere semplicemente un delinquente. È vero, ha ucciso. L’ha fatto più volte. E l’ha fatto rischiando la propria vita, in prima persona, beccandosi non poche pallottole, senza servirsi di manovalanza per il lavoro sporco, senza mai nascondersi. Ha accettato a viso aperto il rischio di morire e di dare la morte, le regole di un gioco macabro e violento. Quando è stato il momento, lottando fino all’ultimo, ha accettato la sconfitta. E ha saputo perdere.

Vogliamo usare quella parola? Usiamola. Vallanzasca incarna una certa “etica” criminale, la stessa che ha seminato morte senza pietà senza volerne ricevere in cambio. La stessa etica che l’ha allontanato dal mondo della droga grazie al quale avrebbe potuto decuplicare i propri sporchi guadagni («con la droga non voglio avere nulla a che fare»). Un’etica criminale che l’ha portato a commettere crimini brutali e vendette spietate, ma che ha mantenuto fino alla fine, senza ritrattare, senza mai retrocedere di un centimetro. Una lezione, ammorbata dal sangue di molte, troppe vittime, per gente senza regole, né dignità, né onore. Camaleonti, mafiosi, corrotti, concussori, terroristi, tutti pronti a giustificarsi, piangere, lamentarsi con le solite tiritere del “perché io sì e gli altri no?”, cercando in tutti i modi di automartirizzarsi per mezzo di querule apologie di se stessi, oppure smerdando i propri vicini di banco solo per togliersi d’impiccio.

Vallanzasca è un uomo diverso. Un malavitoso più corretto di tanti altri che hanno un piede in Tribunale e l’altro in Parlamento, imprenditoria, istituzioni statali, politica, finanza. Criminali ben più spregevoli perché si nascondono dietro il mantello della rispettabilità pur sapendo di non meritarla. Un’onorabilità che rivendicano a gran voce anche di fronte a qualsiasi abisso di infamia. Immoralità, per immoralità, in questo mondo di malavita che non è altro che il riflesso di una società malata e fraudolenta, ma perbenista ed indulgente, c’è da considerare la sincerità strafottente di Vallanzasca, autore di un’epopea infernale conclusasi nel legittimo oblio che le compete. Renato Vallanzasca non è il mio mito. Non lo può essere nessuno che uccida per un tornaconto personale o per qualsivoglia forma di criminalità libertaria. E non è nemmeno un esempio da seguire. Però, l’ho già detto, Vallanzasca è un uomo. Non una maschera. Non un replicante. Non un cadavere in giacca e cravatta. Un uomo nero con una storia che ha molto da dirci anche da dietro le mura di una cella che odora già di legittimo sepolcro. Un’esistenza autentica e vitale che il lettore potrebbe autonomamente paragonare a qualsiasi realtà. La propria. O quella di leader politici, ministri, uomini dello spettacolo, autorità intellettuali, criminali pentiti, mafiosi a piede libero, cattivi maestri, atleti, beniamini televisivi, manichini da reality show o qualsiasi altro uomo che in questo nostro bel paese si presume tale. E trarre le proprie conclusioni.

Di Vallanzasca si può dire ciò che si vuole, ma non che si tratti di un vile. Ma di un uomo vero. Molti altri non lo sono, non lo sono stati e non lo saranno mai. E che Vallanzasca sia un assassino, certo, questo deve far riflettere. Sul fatto che per trovare un simile rigore esistenziale si abbia da frugare nelle frattaglie di uno sbirro morto ammazzato.

Alberto Bullado

P.S. c’è un uomo che risponde al nome di Massimo Fini che da anni si incaponisce sulla persona di Renato Vallanzasca. Fini è un intellettuale inusuale che ha sempre dimostrato un rispetto quasi reverenziale nei confronti del bel René. È palese, Vallanzasca è un suo un pupillo, ma alle volte esagera, tanto che qualche tempo fa si è preso la briga di compilare una lettera aperta al Presidente della Repubblica Napolitano chiedendone la grazia. Provocazione, certo, ma anche apologia spruzzata di romanticismo. Ma lutti, carneficine e mattanze possono davvero suscitare sentimenti sublimi? Da questi scritti ho preso liberamente ispirazione. Ho però evitato di lambire certi sillogismi. Rileggendo la biografia del bel René non ce l’ho fatta.

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