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Articolo di ConAltriMezzi#1, Marzo 2010

C’era una volta il Veneto Bianco tutto “ciese e paiari” dove una Dc dilagante e plebiscitaria faceva man bassa di voti. Non un partito con una determinata idea di stato o un programma politico in grado di giustificare un simile consenso, piuttosto un’identità culturale, un’impostazione che il nostro territorio coltivava in un’immota astoricità da secoli. Poi sono successe molte cose. Il Veneto Bianco tutto “ciese e paiari” si tramuta nel Veneto della “fabbrica per ogni campanile”. Una regione di metalmezzadri in una perenne provincia/periferia che piano piano intraprende il proprio cammino di decristianizzazione elevando il Dio Denaro all’interno del proprio Pantheon segretamente pagano, nel quale, celato in un cristianesimo contadino e feticista, sonnecchiavano pulsioni ataviche legate “all’amore del particolare”, sentimento tutto italiano, e alla difesa del territorio. Gli scandali che vedevano coinvolta la Democrazia “Cristiana” della doppia morale fecero il resto. I Veneti si scollarono da un simile soggetto politico dal quale si sentirono traditi.

1989. Nasce la Lega Nord per mezzo della fusione di vari movimenti tra i quali la Liga Veneta, una delle costole principali del partito che di lì a poco avrebbe inaugurato la propria epopea di consensi elettorali. Sono gli anni nei quali la Questione Settentrionale entra nell’agenda politica dopo anni di mal di pancia popolare. Ecco quindi che implicitamente abbiamo risposto al primo quesito. La Lega cos’è? Un partito che ha innanzitutto colmato un vuoto, quello lasciato dalla Dc e che ha saputo convogliare le pulsioni di un popolo mutato da un gregge povero e mansueto, confinato in un muto esilio fatto di campi agricoli e devozione domestica, ad una masnada iperproduttiva di artigiani ed imprenditori, soggetti decristianizzati devoti al lavoro e ad un’operosità sempre più belligerante verso i nemici suggeriti dal proprio portafoglio e che la Lega non stenta ad additare per mezzo di una propria salace semantica: lo Stato (a.k.a Roma Ladrona) ed il Meridione (per gli amici Terronia). Ma sono anche gli anni dove Gianfranco Miglio parla di un’Italia Federale divisa nelle tre famose macroregioni: Padania, Etruria, Mediterranea, una suggestione geointellettuale ritenuta sufficiente per motivare politicamente quel progetto politico che il Carroccio battezzò con il nome di Secessione. Da allora sono passati quasi 20 anni. Sono cambiati gli obbiettivi politici, si sono ridimensionate certe belligeranze, ad eccezione di qualche sporadica scossa tellurica, e soprattutto si è dirottato un vasto ed eterogeneo sentimento d’intolleranza verso nuovi soggetti sociali che in questi anni si sono affacciati alla porta di casa. Lo straniero. L’extracomunitario. L’Altro, declinato in tutte le possibili variabili, dal “Bingo Bongo” al “Beduino”, dal “Cagariso” allo “Zingaro”. Tuttavia il fenomeno di insofferenza nei confronti del diverso (che ha portata continentale) non ci deve distrarre dalle premesse ideologiche che hanno forgiato l’ortodossia del partito: la pulsione indipendentista. Ancora oggi «il 61% di quanti si riconoscono nel Nord ritengono che il Mezzogiorno sia un peso per lo sviluppo del Paese, e il 45% ritengono che il Nord e il Sud sono troppo diversi, meglio dividersi e andare ciascuno per conto proprio»[1]. Questi sono i dati riportati da Francesco Jori che se reali sanciscono uno strappo forse non rimarginabile tra Veneto e Stato, un allontanamento che di certo smentisce l’unità d’Italia, un traguardo, culturalmente parlando, forse mai raggiunto.

Ora si potrebbe continuare a forzare un dibattito insistendo sull’incompatibilità identitaria di due popoli, su una più o meno legittima rivendicazione autonomistico-geografica, ma facendo così si rinuncerebbe a riportare il discorso nella sua appropriata dimensione, ovvero quella economica. Infatti di cosa si tratterebbe la Questione Settentrionale, della quale si fa carico la Lega, se non di una faccenda di carattere fiscale? Proprio così. È principalmente UNA questione di soldi. Il modello è quello forte ed attrattivo delle regioni a statuto speciale nelle quali vige un regime fiscale assolutamente sproporzionato (vedi il quantitativo di risorse di ritorno dallo Stato) l’autentica scintilla che ha innescato la rivolta leghista. Occorre quindi essere pragmatici poiché è la contingenza storica oltre che la cronaca di quest’ultimo scampolo di secolo ad insegnarci che dalla caduta del Muro sono inoltre venute meno le barriere delle opposizioni ideologiche, un trapasso che ha sancito la requisizione dell’egemonia politica da parte di potenze economiche che convertirono la democrazia in un contenitore legittimante di lotte d’interesse. La Lega è quindi un interprete come un altro del nostro sistema, un partito, un clan che difende un interesse economico questa volta territoriale, condiviso quindi da una vasta comunità di persone. Da qui la simpatia trasversale interclassista escogitata dalla Lega, capace persino di esondare al di là del Po (Emilia Romagna, Marche, Abruzzo, Umbria, Toscana, Sardegna, Lampedusa), conquistando consensi a sinistra come quanto espresso nei ripetuti e recenti successi elettorali. Perciò, scavando il sostrato di propaganda fatto di simboli, sangue, storia, religione, dialetto, crocefissi, identità, ritroviamo il medesimo vitello d’oro che governa l’intero globo terracqueo. Cioè i soldi, o “schei”, come si dice qui in Veneto, il tornaconto economico che l’ex “Locomotiva d’Italia” esige per sé, cioè le risorse economiche per poter legiferare autonomamente su scuola, sanità, enti pubblici, regolamentazione del lavoro, immigrazione, politiche sociali e culturali. Il problema sorge quando ci si interroga nel merito di una tale politica regionale autonoma che è facile immaginare improntata su un mono identitarismo programmatico e sull’esasperazione di un conflitto socio-culturale (identità padana vs. accentramento del potere). Stiamo quindi parlando della traduzione pragmatica dell’“amore del particolare” tipicamente veneto, un attaccamento viscerale al nostro orticello da amministrare alla stregua di un regno, di un’enclave nella quale amministrare un potere indiscusso e possibilmente indisturbato da qualsiasi forma di interferenza economica o culturale. Ed è proprio questo il punto, il rischio, quanto mai giustificato, di essere coinvolti in una politica di rivendicazione monolitica incapace di interpretare al meglio sfide e contrasti avanzati da contingenze storiche attuali che sembrano voler trascinare la società contemporanea verso orizzonti opposti. Una prospettiva che invece non sembra preoccupare l’elettorato verde foraggiato da una continua emissione di neoelettori pronti a convergere, chi per un motivo chi per un altro, nella marea verde a fianco di leghisti duri e puri i quali in tutti questi anni di acritica ed adorante militanza avrebbero dovuto percepire amaramente, o quantomeno sospettare, l’inconsistenza politica di un partito che malgrado un ventennio di battaglie alle spalle e dopo essere entrato a far parte della squadra di governo per più mandati occupando svariati Ministeri presenta un bilancio politico tutt’altro che “verde”. Riassumiamo: indipendenza? Traguardo irraggiungibile. Secessione? Niente da fare (al massimo un tiepido Federalismo ancora da approvare). Immigrazione? Una situazione invariata dopo 8 anni di Bossi-Fini. Questione economica? Ci sono sempre meno soldi. Le fabbriche chiudono. Intere famiglie in sofferenza. Sarà anche colpa della crisi ma questo “ricco Nord-Est” è sempre meno ricco. Senza contare tutti gli altri esempi di leggi porcate in politica nazionale, su tutte il celeberrimo porcellum, ed un pressoché infinito accumulo di leggi locali farlocche capaci solo di nascondere la polvere sotto il tappeto. Insuccessi su insuccessi che negli anni hanno tradito gli interessi dell’elettorato verde, sfamato invece da una propaganda sterile che crea e soddisfa bisogni ed ansie collettive buone a tradursi solamente in un vuoto proselitismo. Ecco perché si potrebbe definire la Lega una macchina di consensi e poco altro. In questa direzione prolifica, organizzata, efficientissima. Un dispiegarsi di maestranze fatte di circoli e gazebo utili a sopperire una rilevante inadeguatezza politica e che in quest’ultima era post-secessionista si è servita di una propaganda “sopra le righe” come di un’ancora di salvezza. Eppure l’evidente ossimoro incarnato dal Carroccio, un partito sempre più disperso nei pantani romani,  non sembra destituire la fiducia del popolo veneto incapace o allergico nel cogliere l’ennesima spia d’allarme. E cioè che anche il partito del nord si sta pericolosamente bisantinizzando, acquisendo il medesimo aspetto grottesco di altri partiti-azienda che nel panorama politico italiano non hanno altra funzione che quella di interpretare il ruolo di un’oligarchia parlamentare economicamente ben retribuita. Addio Questione Settentrionale. Addio interpretazione del sentimento popolare. Ed un partito candidato ad accaparrarsi l’ennesima poltrona in barba a qualsiasi caduta di stile, stortura ideologica e malefatta politica. Poiché si tratta del principale se non unico soggetto politico in grado di interpretare un clima sociale generalizzato affiorante dal dna della nostra regione. E questa carenza/assenza di una rappresentanza alternativa è, naturalmente, un altro grosso problema.

Alberto Bullado


[1] Francesco Jori, Dalla Liga alla Lega, Storia, Movimenti, Protagonisti, Marsilio, Venezia, 2009. 

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