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ConAltriMezzi, 11 Giugno 2010

A dire la verità c’ero cascato anch’io. Complice la speranza di credere che potesse esistere qualcosa di diverso, di nuovo e di inconsueto rispetto all’ecatombe della comicità italiana contemporanea. Perché se lo standard è rappresentato dai tormentoni lobotomizzanti alla Zelig & Co uno per forza di cose può arrivare a pensare che, grazie a Dio, c’è Luttazzi. Un povero pirla. Non Luttazzi, ma il sottoscritto. Perché ora si scopre, ma in realtà lo si sapeva da anni, che Luttazzi copia. Copia autori principalmente americani. E lo fa in modo assiduo, cospicuo, alle volte spudoratamente letterale.

Oddio, mi sarei anche trovato in bella compagnia considerando la folla di persone che sono cadute nel tranello del comico romagnolo. Perché il dibattito relativo ai meriti artistici di Luttazzi aveva anche la sfacciataggine di eccedere nell’escatologico. Come dire: fortuna che è arrivato uno come lui che ha dato una scossa alla scena. Poco importa se fin da principio i riferimenti d’oltreoceano erano più che evidenti (rilancio del talk-show alla David Letterman, l’ironia del Saturday Night Live, i monologhi sagaci della stand up comedy americana) poiché è il risultato quello che conta. E cioè un rinnovamento della satira italiana per via di una sacrosanta iniezione di cattiveria, di sana impietosità, di sarcasmo al vetriolo. Critici, opinionisti, cazzibusti televisivi tutti impegnati nel concordare: qui c’è un qualcosa di importante in corso, un cambiamento di portata strategica se si considera l’evoluzione della comicità televisiva del nostro paese. E difatti quest’ultimi avevano in un certo senso ragione perché con Luttazzi si parla per la prima volta di sperma, mestruazioni, merda in una comicità, quella italiana, che se pur in passato si era distinta anche per un tono ora vernacolare, ora pecoreccio, ora inequivocabilmente malizioso e pruriginoso (soft/hard core), da Totò a Verdone, passando per Sordi, Gassman, Tognazzi, la grande commedia all’italiana, i caratteristi della commedia anni ‘70 ed il trash anni ’80-‘90, mai e poi mai si era spinta così oltre. E allora via con il walzer di aborti, sodomia, coprofagia. In poche parole in Italia con Luttazzi nasce, ma sarebbe meglio dire approda, il politicamente scorretto. E questo è un bene, cioè un guaio, proprio perché quel politicamente scorretto lo è fin troppo “politicamente”, secondo Qualcuno. E cioè si tramuta in arma che attira persecuzioni degne dell’inquisizione spagnola. Ritorsioni tanto avvilenti quanto scontate nell’Italia degli italioti: moralisti sporchicci, tanto laidi e caciaroni quanto scevri di acume ed autoironia. Da qui l’innesco di quel martirologio coatto e querulo tipico del Belpaese, vulnus atavico del nostro popolo. Luttazzi, il capro espiatorio cancellato dai palinsesti s’immola così nei teatri e nel web, diventando anche lui, come tanti altri, un vip dell’antagonismo italiano. L’esilio è una brutta bestia che nega la consacrazione catodica anche se obbliga l’apolide in una situazione di comodo confortante e cospicuamente remunerativa ma soprattutto utile al fine di costruire attorno alla sulfurea persona di Luttazzi un’aura, un mito fatto di controversia, cattiveria, alcalinità impareggiabili. E fin qui nulla di strano. La storia non fa una piega. Luttazzi è uno di noi. La gente lo sostiene e fa il tifo per lui. Salvo poi scoprire che dietro a tutto questo ci sta la fregatura. Perché in realtà Luttazzi non è quel grande comico che sembra ma una persona molto più piccola, triste, vile e bugiarda.

Non si esagera poi di molto se si considera buona parte dell’opera di Luttazzi una vergognosa scopiazzatura (c’è chi la calcola intorno al 30% della sua opera, in pratica le migliori battute). Per non parlare del tono, del linguaggio, dei temi e dei tempi comici, campi nei quali, seppur con qualche sforzo, si può ancora parlare di ispirazione, di influenza, di omaggio, o di imitatio. Discorso diverso per le centinaia di battute (ma qualcuno giura di averne contate oltre 1500) che il nostro Luttazzi ha letteralmente copiato da altri autori d’oltreoceano. Una mole che non giustificherebbe solamente un vizio, venialità che si esprimono una tantum, ma una vera e propria prassi. Bill Hicks, George Carlin, Robert Schimmel, Emo Philips, Eddi Izzard, Steven Wright, Steve Martin e persino Chris Rock. Ma la lista sarebbe molto più lunga. La notizia per la verità non è poi così fresca. La storia va avanti da un po’ di anni, tra l’imbarazzo dei fan ed il mirror climbing del comico romagnolo. Le prime accuse risalgono difatti al 2005, portate avanti da My Voice, un blog che ha letteralmente creato un movimento di crociata, e da vari video comparsi su YouTube rimbalzati anche in altri siti. Video che venivano misteriosamente e sistematicamente censurati per via dell’ingerenza di una certa Krassner Entertainment, una società guarda caso a capo di Daniele Fabbri, in arte Daniele Luttazzi: il censurato che censura. Le puerilità non finiscono qui purtroppo. Perché Luttazzi si serve anche di altri stratagemmi pur di cautelarsi dalle accuse che cominciano ad accumularsi. Modifica più volte la propria pagina di Wikipedia mondandola dalle accuse di plagio, interviene sotto mentite spoglie in forum altrui cercando di portare acqua al suo mulino e cosa ancora più controversa si inventa la storia della Caccia al Tesoro, stratagemma subdolo ma tutto sommato geniale, che però se analizzato con la dovuta perizia restituisce nuovi scenari d’abiezione. «Scoperto, nel 2005 (secondo Luttazzi), in un post del suo blog, il comico spiegava di aver adottato da Lenny Bruce questo stratagemma come esigenza legale dopo il Processo Tamaro : secondo Luttazzi il pretesto delle querele miliardarie (per plagio o per diffamazione) è sempre che la sua non è satira, ma volgarità e insulto gratuito. Da allora si giustifica tentando di mascherare la sua opera di plagio con una “caccia al tesoro”: dissemina i suoi testi di citazioni di comici famosi, e i fan devono scoprirli. In questo modo, l’accusa che le sue battute non sono satira, in tribunale cade, non appena viene rivelato che le battute incriminate sono in realtà di celebri autori satirici. Alcuni blogger e persone che conoscono la satira americana hanno però sottolineato le contraddizioni di questa linea difensiva e la vergogna di questo comportamento. Si è scoperto infatti che il post in oggetto non era stato effettivamente postato nel 2005, bensì ad Aprile 2009 quindi ben più tardi delle accuse di plagio piovutegli addosso. Il processo Tamaro infatti era per plagio e non per diffamazione. Inoltre ciò non spiega la presenza di altre citazioni in libri pubblicati prima del 1995, come ad esempio in Sesso con Luttazzi del 1994, né spiega l’enorme quantità di citazioni senza fonte o il fatto che spesso queste “citazioni” siano interi monologhi della durata di svariati minuti» (fonte Wikipedia 10/06/2010).

Ecco che vediamo Luttazzi usare l’arma spuntata del vittimismo politico (perché, tengo a sottolineare, reale è ed è stata la persecuzione ai danni del comico) in un ambito assolutamente sgombro di valutazioni di questo tipo. Luttazzi spera in questo modo di sviare il dibattito deontologico, l’unico rilevante in questo caso, elevandosi a paladino della satira e della libertà d’espressione pur sapendo intimamente di non meritare suddetto titolo se si considerano i chiaroscuri che si celano dietro il suo modus operandi. Ma la rete è democratica e soprattutto spietata. Il tam tam cresce, echeggia di blog in blog, di testata in testata. Fango che non proviene più solamente dalla stampa di destra, Giornale, Libero & Co, e cioè i soliti attacchi pregni di strumentalizzazione politica e di moralismo bigotto da pochi euro al chilo, perché anche Repubblica e l’Unità (con tanto di 10 scomode domande, ormai è una moda) sono infine costrette ad arrendersi all’evidenza dei fatti, sacrificando uno dei loro beniamini più importanti dopo anni di contestazione internettiana sotterranea. Due giorni fa questi giornali si decidono di dare la notizia, dopo i casi di censura dei video, dopo la sovrabbondanza di prove, dopo il vociante passaparola che aveva infine convinto tutti. E la ripubblicazione in internet di un documentario-inchiesta di 40 minuti precedentemente epurato dal web (riproposto a fine articolo). Ora per Luttazzi le cose si mettono davvero male.

Occorre però cercare di capire le motivazioni del comico romagnolo. È vero, come dice probabilmente lui stesso nei panni di una certa Giulietta (che nel blog My Voice è più volte intervenuta in favore del Gianburrasca), che: «l’arte procede per modifiche successive: la tradizione viene continuamente riscritta. Luttazzi fa quello che hanno fatto Lenny Bruce, George Carlin, Woody Allen, Bill Hicks e TUTTI gli altri prima di lui (…) sembra strano. Ma è così che funziona». In poche parole Luttazzi/Giulietta fa appello al principio dell’Arte che imita l’arte, una dottrina che in linea teorica possiede una propria coerenza ontologica (la storia della letteratura in questo caso è piena di fenomeni di riprese, imitazioni, ritraduzioni). Occorre però osservare che primo: Lenny Bruce, George Carlin, Woody Allen, Bill Hicks ecc non hanno copiato (nel senso stretto e letterale del termine) centinaia e centinaia di battute; secondo: Luttazzi riporta interi monologhi della durata di svariati minuti e lo fa più volte all’interno della stessa opera, per più opere, per più anni. Le accuse di plagio in questo modo non si contano nemmeno più. Le similitudini non si fermano solo ai bersagli tematici ma alla struttura delle battute stesse, alla volte semplicemente contestualizzate, altre volte traslate senza nemmeno l’accenno di un lavoro di cesello. Il procedimento di rielaborazione artistica che dovrebbe quindi presumere lo sforzo di un adattamento è il più delle volte assente o poco avvertibile. Luttazzi, in poche parole, non mette nemmeno del suo se non, in certi casi, schiacciando il pedale dell’acceleratore sulla mimica, quella sì più esuberante rispetto agli americani.

Sfortunatamente per il comico romagnolo l’impressione più che giustificata è che non si possa in questo caso parlare tranquillamente di citazioni, calchi, interpolazioni, collaborazioni, scambi o prestiti. Pratiche legittime seppur delicate e comunque sempre passibili di osservazioni. In Luttazzi occorre invece prendere atto di una sistematica replica di interi repertori di battute di singoli autori. Florilegi fin troppo fitti ed affollati di riferimenti che non si percepiscono come nobili rimandi, come echi o richiami artistici (le cosiddette “strizzatine d’occhio”). Qui siamo di fronte ad un qualcosa di più grave e pesante, poiché il corpus in questione forma il pilastro dell’interà vis satirica di Luttazzi. Ne costituisce il nervo, la spina centrale. E la conferma è che se si dovessero sottrarre i presunti plagi dall’opera di Luttazzi non ne rimarrebbe che la prova scevra, pallida e mestamente dimagrita di un comico normale. Uno dei tanti. Niente affatto il genio maledetto paventato dai media e che in molti, sottoscritto compreso, credevano di aver davanti. Poiché la questione è pure questa e cioè che un autore può anche servirsi di repertori altrui, in una certa misura, purché questo non sia determinante per il proprio successo (leggi anche tornaconto personale) e la propria credibilità artistica che ora come ora, ci spiace per Luttazzi, se ne esce parecchio svilita. E questo è l’unico punto in cui il comico romagnolo, che pure s’incazza quando Bonolis gli ruba una battuta che in realtà apparteneva a George Carlin, non riesce a dibattere serenamente. Non ci riesce perché non può.

Alberto Bullado

p.s. in fondo all’articolo originale che potete trovare qui fornivo inoltre approfondimenti multimediali sull’argomento, oltre che riportare un aggiornamento di botta e risposta tra Luttazzi, My Voice e ancora Wu Ming e persino Aldo Grasso, più giù, nella sezione commenti.

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