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ConAltriMezzi, 28 Maggio 2010

C’è che dalla sera alla mattina puoi scoprire che il muro del palazzo dall’altra parte della strada è diventato un’opera d’arte. Un manifesto anticonsumista. Un distillato di critica sociale. Un’immagine archetipica attuale che ti racconta il mondo in un colpo d’occhio, un po’ sorprendendoti e, in una certa misura, divertendoti. C’è che la mattina ti alzi per andare al lavoro, prendere l’autobus o il caffé e succede questo. Ti trovi catapultato in un museo, che è la strada, che è il mondo stesso. Con la gente ingrigita ma incuriosita che mentre cammina fissa quello strano murales sorto d’incanto dall’oggi al domani. Immagini che sono icone di quello che siamo. E questo è in sostanza Banksy.

Di cose da dire sul suo conto ce ne sarebbero a bizzeffe (Banksy Wikipedia in inglese ,Banksy Wikipedia in italianoBanksy Sito Ufficiale) ma chi conosce quest’artista, il più seguito e nello stesso sfuggente del panorama contemporaneo, un estremo paradosso nell’era della comunicazione e della visibilità, sa cosa significa partecipare alle sue opere. E cioè contribuire ad un romanzo, una storia attraverso la contemplazione di istantanee. Stencil che compaiono sui muri di Europa, America, Asia senza preavviso, senza che nessuno sia riuscito a vedere niente. Rappresentazioni folgoranti che raccontano il mondo, la società, i sogni della gente. Una forma della Street Art tra le più genuine, intuitive, popolari ma nello stesso tempo più commerciali e commerciabili. Quindi non solo l’intervento di un genio sconosciuto ed inafferrabile come un eroe dei fumetti (la sua identità è tuttora avvolta nel mistero, anche se le leggende si rincorrono sul web) ma un fenomeno artistico e comunicativo di portata globale.

Ora la notizia è questa: un’opera di Bansky è stata coperta da un murales (di discutibile valore). Il fatto avviene in Italia, a Napoli. L’opera in questione ritraeva la Santa Teresa del Bernini con in grembo Coca-cola, patatine e panino McDonald. Raffigurazione di un’estasi consumistica più che mistica: di qui l’evidente provocazione. La notizia, che ha già fatto il giro del mondo, è però un’altra: l’opera poteva valere intorno ai centomila dollari.

Ora il quadro si fa completo. C’è che dalla sera alla mattina puoi scoprire che il muro del palazzo dall’altra parte della strada è diventato un’opera d’arte che vale centinaia di migliaia di dollari. Magari il retro di casa tua, la serranda del tuo garage, il vicolo dove la gente va a pisciare tra un happy hour e l’altro. I meccanismi oscuri ed intelligibili del mercato dell’arte dirà qualcuno. No. In realtà la faccenda ha poco a che vedere con la Borsa e molto con il mondo della comunicazione. Perché in questo caso l’opera d’arte, messaggio più che un oggetto tangibile, è testimonianza, contemplazione estemporanea che sottende, in secondo luogo, una riflessione di portata massimale. Si tratta di stimoli, input che disseminati tra le giungle urbane di questo nostro mondo selvaggio compongono un mosaico puntiforme. Una storia, appunto, un megaromanzo nel quale noi tutti siamo protagonisti. Ecco spiegato il fenomeno di portata globale. Il valore economico delle opere che di sfregio in sfregio hanno pure l’intrinseca abilità di crescere di valore è solo la legittima conseguenza dell’instaurazione dell’ennesimo status symbol. Ecco perché la notizia di Napoli in un certo senso ha tutto il sapore della conclusione di una parabola: la Street Art che dal ghetto arriva al tg nazionale passando per qualsiasi tipo di pubblicazione, dal catalogo del Moma al rotocalco gossipparo inglese, viene oggigiorno sfregiata perché intesa come “monumento”, simbolo, autorità da oltraggiare. Un vilipendio firmato da chi? Dalle autorità (com’è avvenuto invece con le opere di Blu, altro fantastico artista nostrano) contro le quali la guerrilla-art è apertamente schierata? No, dalla strada. Luogo materno, culla grigia di cemento, asfalto e degrado dove tutto ebbe inizio.

Gli spunti di riflessione sono quindi, a ben vedere, molteplici e caotici.

Si può parlare in questo caso di vandalismo? O piuttosto di contro-arte militante? O più semplicemente di ignoranza, imperizia, stupidità? Oppure è Banksy ad essere lo stronzo ad aver reso impudentemente ed imprudentemente il mondo un museo, ogni muro una possibile tela, ed aver reso la Street Art antologia intoccabile violando uno dei suoi principali precetti deontologici: la transitorietà? E se fosse stato Banksy stesso l’idiota/provocatore ad aver coperto l’opera con un murales dozzinale (poco probabile) in nome di una ritorsione artistica sadomasochista? È giusto considerare questo anonimo oltraggio solamente il gesto di un mitomane in cerca di visibilità o piuttosto la riappropriazione, più o meno legittima, della strada nei confronti di un fenomeno che le apparteneva ma che le è sfuggito di mano?

E in questo caso può essere considerata questa la morte della guerrilla-art considerando che dalla sovversione artistico-ludica e dalla critica sociale in distillato si è passati all’indignazione plebiscitaria su mezzo stampa o in rete in quanto l’opera vilipesa possedeva non solo una firma eccellente ma un valore di ben centomila dollari?

Ed è solamente un caso che tutto ciò sia accaduto in Italia?…

Forse la genialità di Banksy consiste anche in questo: creare controeventi emancipati dal mero atto artistico. Leggi anche previsione di fatti come questi. Forse lo scorno subito fa tutto parte del medesimo ente artistico, snodo narrativo della stessa storia, elemento rocambolesco di quel romanzo nel quale, nel bene o nel male, siamo tutti coinvolti. 

Alberto Bullado

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