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Una scritta che trovi ancora sui muri: «Carlo Giuliani vive». È vero, inevitabile. Tra le tonnellate di demagogia lo slogan all’apparenza più innocuo è anche quello più autentico. Com’è vera ed autentica un’altra verità e cioè che Carlo Giuliani vive perché è morto.

Carlo Giuliani vive, perché parte di una memoria storica oggettiva. Lui e quella piazza, proprio come via d’Amelio, la stazione di Bologna, Capaci. Luoghi di memoria e di morti. Certo, le differenze sono sostanziali, ma la storia in questo caso non si cura dei dettagli e porta indifferentemente con sé la memoria di luoghi e persone negli anni. Ecco perché Carlo Giuliani vive mentre è tutto il resto che muore. La retorica che a poco a poco abbandona le cloache della contesa politica. E con essa l’oscurantismo. Quest’ultimo non nella misura di una procedura giuridica, archiviata, ma nella forma di una mozione sempre più condivisa, cosa assai più rilevante: la sfiducia nelle istituzioni, il senso di vuoto o quantomeno il sospetto strisciante di vivere in un mondo orribile e fatale quale è. Orribile e fatale nella misura in cui si è soliti credere alla favole del progresso, della giustizia, della pace. Favole, nella misura in cui si è soliti credere di vivere nel migliore dei mondi possibili.

Ma ci sono tante altre cose che muoiono rispetto alla memoria di Carlo. Innanzitutto idee. Alcune fortunatamente, altre meno. E poi ancora prassi, sigle, maestranze, ciascuna con la propria dose di responsabilità. Ma a nove anni di distanza da quel lontano 20 luglio è il coraggio a vivere la peggiore delle agonie.

Il coraggio di molte persone che non riescono a dire ciò che pensano. E cioè che secondo loro era lecito il tentativo di Giuliani nel fare del male non a Bush o a chissà quale altro tiranno, ma ad un coetaneo che si trovava nel posto sbagliato. Il coraggio di dire che al di là della morte di un ragazzo, anzi, compresa la morte di Carlo, va considerato un lutto ancor più grave, il fallimento di una contestazione che sarebbe potuta essere decisiva e che ancora una volta ha consegnato ai potenti l’ennesima vittoria. Una vittoria poi replicata in tutti questi anni. Il coraggio di rivendicare le gravi e ripugnanti responsabilità delle forze dell’ordine, mi riferisco alla scarsa collaborazione durante l’inchiesta per non dire dell’altro, anche da parte di coloro che per fibra politica dovrebbero difendere legalità e sicurezza. Il coraggio di porsi contro le abominevoli dichiarazioni dei propri abominevoli rappresentanti e delle loro avvilenti apologie. E non di meno il coraggio di tutti noi, e della stampa, mai come in questi ultimi tempi imprudentemente beatificata, che abbiamo mollato la presa nei confronti di certi temi, di certi problemi, che ritroviamo ogni giorno ancor più gravi di nove anni fa. Si tratta quindi di avere la buona volontà di misurare l’abisso che intercorre tra le forme di lotta e l’esito pratico che esse hanno prodotto negli anni. Certo, anche raccogliendo la macabra eredità dei caduti, vilipesi o martirizzati da altri potenziali assassini.

Ecco perché Carlo Giuliani vive, in questo abisso che si traduce nella morte stupida e demenziale – niente affatto eroica ed esemplare – di un ragazzo di 23 anni ed il medioevo umano che in seguito ha fatto squallidamente mostra di sé. Ecco, tutto questo è l’abisso. Di profondità tuttora raggelante.

Ecco perché Carlo Giuliani vive. Perché è morto. 

Alberto Bullado

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