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Articolo in ConAltriMezzi#1, Marzo 2010

Avatar è un film che ritrae una lotta di classe. E non si fa riferimento a quella rappresentata nel film che coinvolge umani imperialisti supertecnologici e slanciati gattoni blu. Forse allora che si intende lo scontro tra due concetti di cinema: il mainstream hollywoodiano, fascinoso, gigantesco, muscolare, commerciale, arrembante, cannibale e quello d’autore, artigianale, dimesso, introspettivo, curioso, autoreferenziale, morigerato? Troppo scontato, siamo ancora fuori strada. Ma allora in cosa consiste questa lotta di classe?

Vi do qualche aiuto. Un regista che non produce un lungometraggio dal ‘97. Che dopo Titanic è riuscito ancora una volta a portarmi in sala al cospetto di un film pieno di tutto tranne che di sostanza, o meglio, di niente, ma proprio niente, di nuovo. Emozioni copiaincollate, personaggi copiaincollati, mostri, pianeti, robottoni copiaincollati. Il titolo del film rende davvero bene l’idea di un concetto metacinematografico: Avatar, è infatti l’alter ego di moltissimi altri titoli. Pocahontas, Apocalypse now, Balla coi Lupi, Princess Mononoke, Braveheart, Terminator, Starship Troopers, Jurassic Park, Dune (ma è tutta una gara a trovarne degli altri). Dentro c’è anche Bush, la retorica da cowboy della guerra preventiva al terrorismo e le drammatiche immagini dell’11 settembre. Persino riferimenti filosofici come il “buon selvaggio” di Rousseau frammisti a pillole new age e richiami iconografici più raffinati, vedi un’inaspettata Pietà di Michelangelo (!), i quadri di Novella Parigini ed un certo accecante esotismo cromatico ancora di Rousseau, questa volta il pittore naif. Un pastiche caleidoscopico che però non ha nulla o quasi del fascino cinefilo della citazione ma bensì della saturazione e dell’accumulo. Non si tratta nemmeno di un’appropriazione indebita di risorse altrui ma della restituzione di una dimensione omni-cinematografica: Avatar, in nome di una (involontaria?) sensazione d’onnipotenza, esprime un ideale di cinema totale, per mezzo di nuove risorse tecnologiche ed espressive e metodi di fruizione visiva all’avanguardia. È l’appropriazione di un mondo, quello cinematografico, per mezzo di un nuovo criterio di fare cinema. Per questo motivo l’idea di essere testimoni di un trapasso è forte. Di essere presenti e partecipi di uno snodo focale della settima arte. E proprio per questo Avatar non è un film da sottovalutare e che a pieno diritto entrerà nella storia del cinema: basta contare i sorrisi e i commenti chiassosi delle persone all’uscita dalla sala.

Già, le persone. Il pubblico. Ci avviciniamo alla risoluzione dell’interrogativo posto in essere. La lotta di classe. Contestualizziamo: film come questi (vedi la trilogia del Signore degli Anelli, Pirati dei Caraibi, King Kong ecc…) bisogna andarseli a vedere in un multisala. Le poltrone immense. Lo schermo immenso. Tutto che assume dimensioni americane, dalle bibite ai pop corn. Gli alieni, anche loro son cresciuti di statura, da E.T e gli orsetti lillipuziani di Star Wars, a questi panteroni azzurri così somaticamente esotici ed espressivi. Lo abbiamo detto: il cinema è cresciuto. Chiamatelo progresso, sia pure tecnologico, ma io la vedo più come una dilatazione di mezzi e di risorse. Il problema è che la sostanza è rimasta la stessa e che se pur allungata da tempeste emozionali, fantasmagoriche ed ormonali non smuove, perché appunto annacquata di un titanico manierismo all’ordine del giorno. La genialità del regista, dei produttori e del marketing promozionale sta nel fatto di far apparire tutto ciò geniale. Ed il pubblico non può far altro che annaspare ed acquisire passivamente immerso com’è in un trip collettivo che non si consuma solamente in sala, ma anche a casa, con la pubblicità, internet, la carta stampata, il passa parola. Un unico flusso propagandistico che sarebbe in grado persino di riportare al potere un Adolf Hitler qualunque tanto è la portata di fascinazione mediatica.

Ecco la lotta di classe. Da una parte chi va in sala a guardare Avatar. Dall’altra chi non è in sala e che a vedere Avatar non ci andrà. Non si tratta di ravvisare uno spartiacque tra vittime e apolidi del sistema. La metterei piuttosto tra i fruitori o no di un oliato meccanismo di consenso ludico, per quanto plebiscitario. In questo dobbiamo desumere la qualità intellettiva di due diverse caratterizzazioni di cervelli o di comportamenti? Nemmeno. La differenza sta a chi si conforma e partecipa alla creazione di un nuovo orizzonte mitologico collettivo (che prenderà sempre più piede nella fantasia e nei sogni della gente) e a chi è distratto o sceglie altre vie di approvvigionamento di archetipi. La differenza non sta nella classe sociale o nella qualità intellettuale, come vorrebbe sistematicamente ribadire un certo filo marxismo, ma nella capacità autonoma ed individuale, qualsiasi sia la fazione a cui si fa riferimento, di portarsi a casa un cervello all’uscita di una sala cinematografica, di un fast food, di una scuola, di una parrocchia. O da un pianeta fantastico di nome Pandora. Che è fatto interamente al computer.

Alberto Bullado

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